Agire per cambiare le cose, usando la strategia del “come se”

di

A cura della Dottoressa Anna Chiara Venturini, psicologa psicoterapeuta a Roma

D’altronde che la mappa non fosse il territorio già l’aveva detto Bateson. Si perché c’è una gran bella differenza tra l’oggetto in sé e come viene codificato e percepito, proprio come c’è una gran differenza tra il territorio e la mappa che lo descrive: per quanto accurata potrà essere la riproduzione non sarà mai il territorio. Se vi dico Piazza di Spagna, quanti di voi penseranno alla cartina? Quanti altri invece a sapori e odori di castagne arrostite agli angoli di via Condotti, , ricordi ed immagini di gite, i cavalli e i vetturini, la famosa scalinata etc..? Il nostro punto di vista cambia di volta in volta, orientato dalla nostra stessa percezione e quindi ognuno ha una “propria mappa” di Piazza di Spagna che è diversa dal territorio in sè.

Come sostiene Beatson “la distinzione tra il nome e la cosa designata, o tra la mappa e il territorio, è tracciata in realtà solo dall’emisfero dominante del cervello”. L’emisfero destro, quello simbolico o affettivo, non opera questa distinzione, “così la bandiera, «Old Glory» è gli Stati Uniti: se qualcuno la calpesta, può esserci una reazione di rabbia. E questa rabbia non la si diminuisce spiegando le relazioni tra mappa e territorio.

Ne deriva quindi che “è il nostro cervello a costruire le immagini che noi crediamo di percepire” e in un certo qual modo la nostra percezione risulta guidata da come immagazziniamo le informazioni. Beatson a tal proposito riporta questo esempio: “quando qualcuno mi pesta un piede, ciò che sperimento non è il suo pestarmi un piede, ma l’immagine che io mi faccio del suo pestarmi il piede, ricostruita sulla base di segnali neurali che raggiungono il mio cervello in un momento successivo al contatto del suo piede col mio. L’esperienza del mondo esterno è sempre mediata da specifici organi di senso e da specifici canali neurali. In questa misura, gli oggetti sono mie creazioni e l’esperienza che ho di essi è soggettiva, non oggettiva.”

Ciascuno di noi quindi, con il proprio modo di pensare e di “categorizzare” la realtà, codifica, immagazzina e costruisce informazioni e ricordi in modo unico.

Pensate al caffè. Cosa vi viene in mente? L’odore? L’immagine della caffettiera? Il gorgoglio della macchinetta? Il gusto?

Oppure pensate all’ultima riunione di lavoro, cosa vi viene in mente? I discorsi fatti? Le strette di mano? L’immagine di tutti i partecipanti seduti?

Pensateci bene perché questi elementi rivelano il vostro canale preferenziale in base al quale fate vostre le informazioni: visivo, uditivo o cinestesico. Si tratta di filtri attraverso i quali costruiamo la nostra realtà, ed il nostro modo di rapportarsi ad essa e agli altri. Tuttavia, la “mappa” di una persona non si costruisce solo sulla base delle informazioni provenienti dagli organi di senso. Un ruolo fondamentale rivestono, infatti,  anche i sistemi di credenze, valori, capacità, aspettative : tutto ciò contribuisce a creare la nostra rappresentazione come individui che si muovono nel mondo, interagendo con gli altri ( di cui si hanno a nostra volta altre rappresentazioni).

Le credenze che noi abbiamo riguardo noi stessi  o riguardo gli altri, non sono altro che delle immagini mentali.

Pensate a qualcosa che avete fatto la scorsa settimana. Ora pensate a qualcosa che avreste potuto fare ma non avete fatto: come fate a sapere cosa avete fatto e cosa no? cosa le distingue? Nel primo caso avete dovuto ricordare , nel secondo avete immaginato.

Una volta fatta un’esperienza, questa diviene un ricordo: quando si reagisce ad un ricordo, in realtà stiamo reagendo alla rappresentazione, al modo cioè in cui è stata immagazzinata l’esperienza nella nostra mente. Molti immagazzinano ricordi che portano con sé a rabbia, frustrazione, tristezza  depressione; altri invece possono provare ansia o paura se pensano al futuro, creandosi una rappresentazione mentale magari di un fallimento ( per esempio chi ha paura di arrossire si crea la rappresentazione mentale degli altri come giudici pronti a deriderlo al minimo accenno di rossore).

Questo cosa significa? Che dobbiamo prestare attenzione più a monte, al meccanismo di  percezione della situazione e quindi all’immagazzinamento dell’informazione, ma non solo, significa che la mente non sa distinguere tra ciò che viene vividamente immaginato e ciò che è reale.

“Immaginate di tornare a casa e di rientrare in cucina. I piani di lavoro sono puliti ed in ordine. Sul tavolo c’è una fruttiera di ceramica blu, piena di ogni bendidio: mele di un verde brillante, grappoli di uva nera e diversi limoni di un giallo acceso. Prendete tra le mani un limone, sentite che effetto fa scorrere le dita sulla buccia irregolare. Portandolo al naso, ne sentite il caratteristico profumo. Sempre sul tavolo, notate, ci sono anche un tagliere in legno ed un coltello ben affilato. Allora appoggiate il limone e col coltello ben affilato. Allora appoggiate il limone e col coltello lo tagliate in due. Una pioggia di minuscoli schizzi forma un leggero vapore nell’aria. Raccogliendo una delle due metà del limone, potete osservare il disegno degli spicchi e dei semi tagliati a metà. Avvicinate il limone alla bocca, il profumo si fa sempre più intenso, e affondate i denti nella polpa”

A questo punto è probabile che molti di voi abbiano notato una certa “acquolina in bocca”: come abbiamo visto,  il nostro cervello non distingue un’esperienza vividamente immaginata da un’esperienza realmente vissuta.

Con la mente viviamo e riviviamo in anticipo varie situazioni della nostra vita, varie esperienze, tanto da influenzarne il risultato finale.

Ciò che noi facciamo dipende da ciò in cui crediamo, per effettuare un cambiamento di comportamento – per superare i   limiti della nostra mappa mentale è possibile utilizzare l’immaginazione. Comportandoci “come se” una certa cosa fosse vera possiamo inviare al nostro cervello dei segnali di cambiamento e possiamo superare i nostri limiti.

Potremmo davvero sorprenderci di noi stessi comportandoci “come se”, gestendo i nostri pensieri e quindi i nostri stati d’animo: non solo ne trarremmo un oggettivo beneficio, ma anche troveremmo e utilizzeremmo delle energie che non avremmo mai creduto di avere.

Potremmo, infatti,  sorprenderci del senso di libertà che ci pervade, svincolandoci dalla schiavitù delle emozioni, delle condizioni fisiche e soprattutto psicologiche. Potremmo comportarci come decidiamo e non come la situazione ci porterebbe a fare. All’inizio sappiamo che si tratta di “recitare” un parte, ma pian piano attraverso il nostro comportamento si modifica anche il nostro stato emotivo. Scopriamo che molti limiti erano in realtà nostre barriere e che siamo invece pronti a dare e a fare di più.

Se pensiamo agli effetti che già il solo cambiarsi d’abito o un nuovo taglio e colore di capelli  hanno sul nostro umore e sulla nostra autostima, non sarà difficile intuire come basti poco in realtà per cambiare.

La vita stessa è una profezia che si autoavvera.

Spesso volere è veramente potere… ma dobbiamo permetterci di volerlo e comportarci “come se” lo volessimo davvero.

Ricordatevi: siamo ciò che pensiamo!

 

Bibliografia

Gregory Bateson, 1984 “Mente e natura” Adelphi

Sue Knight, “PNL al lavoro” -PNL 2012

Robert Dilts, “Cambiare le convinzioni con la PNL”, Alessio Roberti-PNL, 2012

 

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