Valore adattivo dell’ansia: nemica o alleata del nostro benessere?

di

valore-adattivo-ansiaA cura della Dottoressa Anna Chiara Venturini, Psicologa Psicoterapeuta Cognitivo Comportamentale a Roma

Storicamente, l’ansia è sempre esistita, è ubiquitaria nella condizione umana di tutti i tempi. Dall’ inizio della storia, i filosofi, i religiosi, i leader, gli studiosi, e più recentemente i medici così come gli psicologi e gli psicoterapeuti, hanno da sempre tentato di spiegare il mistero dell’ansia e di sviluppare interventi che potessero essere in grado di affrontare efficacemente questa condizione pervasiva dell’umanità.

L’ansia consiste in una reazione di attivazione psicofisiologica  (più o meno intensa) che ha la funzione di preparare l’organismo all’azione, sia nei termini di una di difesa, come la fuga e l’immobilizzazione (freezing) che nei termini di attacco (difensivo) di fronte ad un pericolo percepito (reale o meno).  Le attivazioni neurofisiologiche che sono alla base dei sintomi ansiosi negli esseri umani coincidono con quelle osservate tanto negli umani quanto negli animali (mammiferi soprattutto) nel corso di una risposta di paura.

Vediamo infatti che i sintomi dell’ ansia e le manifestazioni della paura sembrano essere mediati dalle stesse strutture nervose e dagli stessi mediatori chimici (neurotrasmettitori e neuromodulatori) la cui funzione è quella di preparare o predisporre l’organismo ad una reazione comportamentale che gli consenta di cavarsela (sopravvivere o ridurre il danno) nel migliore dei modi in una situazione percepita come pericolosa e cioè percepita in grado di arrecare una qualche forma di danno (dolore, sofferenza, morte).

Sia l’ansia che la paura implicano uno stato di attivazione psicofisiologico chiamato arousal. L’ansia implica un livello di arousal moderato, la paura un livello più elevato.

L’ansia è definibile come il senso di apprensione che si prova nel prevedere un certo problema. Si differenzia dalla paura che invece è una reazione a un pericolo immediato. Mentre la paura riguarda tendenzialmente una minaccia presente, l’ansia è relativa ad una minaccia futura, a qualcosa che potrebbe verificarsi. In definitiva la paura è contraddistinta dall’ immediatezza mentre l’ansia dalla “previsione”,  per cui, una persona che si trova davanti ad un orso prova paura, mentre una studentessa che si preoccupa pensando all’ esito dell’esame universitario prova ansia.

L’errore più diffuso che fanno molte persone è quello di non voler provare più ansia. Sfatiamo un mito. L’ansia è qualcosa di naturale e fisiologico ed una vita senza ansia sarebbe monotona, noiosa e pericolosa! L’eliminazione totale dell’ansia non è né auspicabile né possibile, ma la sua riduzione all’ interno del normale range di esperienza umana è l’obiettivo comune del trattamento per i disturbi d’ansia. L’ ansia e lo stress, come anche la paura, fanno parte della vita e sono risorse fondamentali per l’adattamento e la sopravvivenza degli esseri viventi.

Tuttavia esistono diversi livelli di ansia e di paura differenti per intensità o frequenza, con diversi criteri, specifici per ogni disturbo, che precisano in che termini l’ansia o la paura devono interferire col funzionamento della persona, o causare disagio, perché si possa trarre la diagnosi di un particolare disturbo.

Alla luce di ciò appare dunque chiara l’esistenza di due tipologie di ansia: una cosiddetta “normale”, ovvero una risposta emotiva adeguata all’oggetto della paura, ed una “patologica”, nel caso in cui tale risposta sia sproporzionata.

Ma in che condizioni l’ansia normale diviene patologica?

Ebbene i criteri per stabilire se ci si trova di fronte all’una o all’altra condizione non sono semplici. In linea generale e ragionando per estremi di un continuum, potremmo definire l’ansia patologica come una risposta ansiosa “esagerata” rispetto alla “reale” pericolosità dell’oggetto che la scatena, pericolosità ovviamente stabilita in termini soggettivi. La funzione adattiva-difensiva dell’ansia si esplica solo entro livelli di attivazione emozionale ottimali, e cioè non troppo alti ne troppo bassi. Una risposta emotiva d’ansia troppo bassa ad esempio può sfociare in comportamenti realmente pericolosi per sé e per gli altri, mentre livelli troppo alti di ansia possono determinare reazioni eccessive altrettanto dannose per sé e per altri, ivi compresa l’immobilizzazione.

Tuttavia spesso in ambito clinico si ha a che fare con forme d’ansia anche molto intense nelle quali, almeno apparentemente, non è individuabile un vero e proprio oggetto (persone, cose, situazioni) che inneschi nel paziente la risposta ansiosa. Ciò rimanda al problema del come individuare le reali cause dell’ansia patologica.

L’unico modo per risolvere alla radice l’ ansia patologica è quello dell’intervento psicologico che, per sua natura, mira all’individuazione e alla rimozione definitiva delle cause reali del disturbo. Se infatti decidiamo di intraprendere esclusivamente un percorso psicofarmacologico, sarà chiara la riduzione della sintomatologia, ma con un effetto temporaneo (legato cioè al tempo di assunzione del farmaco) e non vi sarà individuazione né rimozione della causa primigenia dell’ansia. Se invece all’intervento farmacologico viene abbinato quello di tipo psicologico, ecco che, agendo sull’insieme dei sintomi, è possibile proseguire con maggiore facilità alla scoperta e risoluzione dell’eziologia dell’ansia.

 

Il disturbo d’ansia puo’ essere un disagio psicologico a sé stante oppure un sintomo di altri disturbi psicologici (ad es. depressione). L’ansia eccessiva o incongrua è uno dei problemi psicologici più diffusi al mondo. L’ansia e la paura non sono però fenomeni psicopatologici in se stessi. Purtroppo la convinzione diffusa che l’ansia sia questo è uno dei motivi per cui i disturbi d’ansia diventano cronici.

Non è l’ansia in se stessa a definire una condizione psicopatologica, ma la risposta della persona all’ ansia.

L’ansia è un indicatore. Il nostro corpo ci manda dei messaggi ogni giorno. Noi possiamo continuare a commettere l’errore più comune, ovvero cercare unicamente di combatterli o peggio ancora ignorarli (e questo in genere lo si paga caro) oppure possiamo iniziare ad ascoltarli.

Se proviamo ansia significa che c’è qualcosa che non va nel modo in cui stiamo affrontando la vita. Solo ascoltandola possiamo iniziare a fare le giuste riflessioni sulla nostra esistenza.

Il passo successivo sarà quello di chiedere aiuto ad un esperto
Bibliografia

Adrian Wells, “Terapia cognitiva dei disturbi d’ansia”, McGraw-Hill, 1997

Adrian Wells, Trattamento Cognitivo dei disturbi d’ansia, Mc Graw- Hill, 2003

Maria Rita Ciceri, “La paura” Ed. Il Mulino, 2013

 

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