Perfezionismo patologico: quando fare del nostro meglio ci avvelena la vita

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perfezionismo-patologico psicoterapia romaA cura della Dottoressa Anna Chiara Venturini, psicologa psicoterapeuta a Roma

L’armadio perfettamente in ordine, i cassetti pure, ma non solo… l’attenzione ad ogni minimo dettaglio, la puntualità e la precisione portate all’esasperazione, un senso della morale che va ben oltre il necessario del viver civile.. se avete conosciuto una persona così… molto probabilmente  vi siete trovati a quattr’occhi con un perfezionista e se state leggendo questo articolo magari ne state pagando le conseguenze!! Il perfezionista è un tipo di persona estremamente cavillosa, precisa, puntuale, con un alto senso della morale, molto seria e responsabile. . E che c’è di strano, magari tutti fossero così, penserete voi, e non avreste tutti i torti se nel perfezionista tutte queste qualità non venissero invece estremizzate. Si tratta di un individuo il cui pensiero non contempla quasi affatto la dimensione della possibilità essendo questa legata all’incertezza, all’imprevedibilità e quindi al non controllo. Estremamente controllante e controllato, compie tutto in modo esatto e ineccepibile, con un’attenzione selettiva ai particolari e all’errore da non commettere, poiché sbagliare implica scarso valore personale.  Poiché tuttavia, l’impeganrsi così a fondo risulta essere oltremodo faticoso se moltiplicato per i vari ambiti di vita, molto spesso il perfezionista limita la propria esistenza a poche dimensioni in cui concentrare tutti i propri sforzi così da assicurarsi, quasi in una sorta di pensiero magico, la certezza del successo. Si tratta quindi di una persona che non conosce le proprie possibilità e capacità e quand’anche le conosca è portato a svilirne il valore, soprattutto in rapporto agli standard estremamente elevati che si pone. Con la semplice equazione tra ciò che compie ed il valore personale, ponendosi standard elevati suppone un maggior senso di autoefficacia ed una maggior valore di sè al momento del successo, mostrando tuttavia il fianco anche ad eventuali e possibili insuccessi e frustrazioni conseguenti. Il perfezionista è quindi una persona che mira alto poiché ha necessità di aumentare la propria autostima e colmare il proprio senso di inadeguatezza, ma al contempo, poiché non è certo della riuscita e non può permettersi il fallimento, compie il suo dovere fino in fondo, in modo indefesso e con un’attenzione ossessiva al’errore.  Da qui sembrano dunque chiari due differenti aspetti del perfezionismo:  uno sano, legato alla salutare ricerca di eccellere” (Burns, 1993), a sforzi elevati  associati a soddisfazione personale e ad un aumentato senso di autostima, ed uno malato, caratterizzato dalla tendenza a stabilire standard elevati impossibili da raggiungere e un forte bisogno di evitare fallimenti. Sulla base della teoria di Skinner dei rinforzi, il primo tipo di perfezionismo si sarebbe costituito sulla base di una serie di rinforzi positivi ( successo), mentre il secondo, quello malato, su  rinforzi negativi, quindi legati all’evitamento di conseguenze negative ( fallimento). In poche parole, una persona “sanamente” perfezionista è creativa ed entusiasta della vita, non teme di essere percepito come vulnerabile, non cerca di impressionare positivamente gli altri facendo tutto al meglio per essere accettato, e soprattutto vede l’errore non come una conferma della propria inadeguatezza, bensì come occasione di riflessione e apprendimento ( resilienza). Chi invece è “malato” di perfezionismo

  • ha una costante paura di fallire e veder così confermato il proprio senso di inadeguatezza
  • pensa di dover costantemente controllare le proprie emozioni così da non risultare “sconveniente”
  • è sempre insoddisfatto dei propri risultati perché, non conoscendo le proprie capacità e svalutando le informazioni che ha su di sé, pensa sempre di dover fare di più per arrivare a soddisfare i propri standard interni
  • è convinto di dover sempre far colpo sugli altri mostrando la propria intelligenza e i risultati che ottiene con questa, così da ottenere ammirazione e approvazione
  • quando sbaglia percepisce il fallimento a conferma del proprio senso di indegnità

Ma perfezionisti si nasce o si diventa?

Esistono diversi fattori concorrenti che possono indurre una persona verso il perfezionismo. Anzitutto si possono individuare tre aspetti della personalità che sono fortemente connessi al per perfezionismo e sono : bassa ricerca della novità ( il perfezionista riduce al minimo gli ambiti di intervento limitandosi a quelli in cui è sicuro di avere una prestazione eccellente); dipendenza dalle ricompense ( legato alla dipendenza dall’approvazione altrui) e infine eccessivo evitamento del danno ( collegando il danno all’imperfezione, evita accuratamente gli errori così da non venir criticato e sentirsi imperfetto e inadeguato). La personalità ossessiva ( disturbo ossessivo compulsivo, disturbi d’ansia , disturbi alimentari) è quella maggiormente predisposta a sviluppare tratti perfezionistici. Tuttavia, al di là dell’aspetto temperamentale innato, sussistono forti influenze derivanti ovviamente dalle esperienze di vita, dalle richieste sociali, ma soprattutto dai modelli di comportamento genitoriale con pretese eccessive e tendenza alla perfezione. Secondo Hamacheck (1978) l’eccessiva preoccupazione di compiere errori e la paura del giudizio negativo degli altri derivano da esperienze nell’infanzia; l’amore manifestato dai genitori è condizionato alla performance del bambino e le approvazioni sono inconsistenti; il bambino non si sente mai soddisfatto perché il suo comportamento non è mai abbastanza corretto per guadagnare l’approvazione dei genitori e attua uno sforzo continuo per ottenerla. Uno studio di Frost e collaboratori (1991) ha trovato che il livello di perfezionismo e la severità riportata dalle madri è collegata al perfezionismo nelle figlie; le madri che riportano un maggior livello di perfezionismo, hanno figlie con problemi psicologici di maggiore intensità, in particolar modo disturbi alimentari ( solitamente anoressia nervosa e non a caso le anoressiche presentano forti tratti ossessivi e perfezionistici)

Come si può smettere di inseguire la perfezione senza sentirsi manchevoli di qualcosa? Ecco alcuni consigli pratici indicati dalla terapia cognitivo-comportamentale

  • individuare una situazione specifica in cui il perfezionismo ha costituito un problema (a causa delle connesse auto-critiche) e di questa situazione si devono individuare i pensieri automatici, il grado di convinzione in essi, le emozioni, l’intensità di esse e il tipo di distorsioni cognitive utilizzate. Fatta l’analisi funzionale, ovvero ABC I pensieri automatici negativi vanno poi ristrutturati con pensieri automatici positivi e va stimata la convinzione in essi e l’intensità delle emozioni associate.
  • individuare le attività che ci si sente obbligati a svolgere in modo quasi compulsivo e pianificare dei cambiamenti in cui, gradualmente, si diminuisce la quantità di tempo dedicato ad esse.
  • “sfida al perfezionismo”: mettiamo in atto comportamenti che vanno nella direzione opposta a quella abituale (es.: gettare deliberatamente i vestiti nei cassetti in modo disordinato, non rifare volutamente il letto, studiare volutamente di meno).

Nel superare il perfezionismo è quindi anzitutto fondamentale divenire consapevoli dei propri tratti perfezionistici, evidenziando come questi creino problemi nel quotidiano e influenzino negativamente la visione di sé, degli altri, del mondo.

Andando quindi ad individuare i fattori che hanno favorito l’insorgenza ed il mantenimento del perfezionismo, e i vantaggi secondari che questo comporta ( perché ricordiamoci che ogni comportamento emesso viene mantenuto nel tempo in quanto porta dei vantaggi che in questo caso possono essere di salvaguardia del Sé dal senso di fallimento) si può procedere alla ristrutturazione dei pensieri automatici negativi, demolendo l’equazione successo = valore personale e ritarando la scala dei valori che questa volta non verranno dettati dalle figure genitoriali interiorizzate, ma finalmente verranno scelti dalla persona in assoluta libertà.

Il perfezionismo quindi se da un lato sembra facilitarci l’esistenza ( essere precisi e puntuali in molti contesti è per esempio funzionale… immaginate un grande negozio di vestiti in cui tutto fosse buttato lì in modo caotico… trovare il vestito e la taglia sarebbe pressoché impossibile!), dall’altro ci rende schiavi, ci imprigiona nelle sue reti di standard rigorosi che non ci danno la possibilità di guardare oltre il nostro naso ed apprendere altro. Per fare l’ordine ci vuole il disordine, lo dico sempre ai miei pazienti all’inizio della terapia :”Non spaventatevi se uscendo da qui vi sentirete in sobbuglio… state facendo il cambio di stagione nel vostro intimo e togliete le cose dall’armadio del vostro animo guardandole una ad una, scegliendo cosa tenere, cosa buttare e cosa rimodernare… e per fare ordine serve sempre disordine… molto disordine!”

Quindi miei cari cercate di fare del vostro meglio, impegnatevi, ma se vi accorgete che questo diventa un imperativo che tarpa le ali al vostro benessere.. forse è giunta l’ora di fare del “vostro peggio!”

Bibliografia

Hamacheck, Psicodynamics of normale and neurotic perfectionism”, Psychology 15, 27-33

Frost, Di Bartolo, “Perfectionism, anxiety, and obsessive compulsive disorder,  APA, 2002

Burns, “The perfectionist’s script for self-defeat”, Psychology Today, 10, 34-52

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