Attacchi di panico e “fame d’aria”: iperventilazione e intervento Cognitivo Comportamentale

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iperventilazione psicoterapeuta romaA cura della Dottoressa Anna Chiara Venturini, Psicologa Psicoterapeuta Cognitivo Comportamentale a Roma

Il disturbo da attacchi di panico ha una radice multifattoriale: da una vulnerabilità biologica, ad un tipo di attaccamento insicuro con le figure genitoriali, a traumi inerenti la separazione in età infantile e adulta,  a situazioni di particolare stress in cui si percepisce un ridoti senso di autoefficacia, il tutto mediato da particolari circuiti cerebrali. Tra i vari sintomi che vengono annoverati tra le spie di un aumentato livello di ansia, vi è quello dell’iperventilazione, la cui nota conseguenza è la cosiddetta “fame d’aria”.

Per comprenderne meglio l’origine, è tuttavia fondamentale andare a specificare quelli che sono i meccanismi alla base della respirazione. L’ossigeno, legandosi all’emoglobina per ossigenare muscoli e tessuti, si separa da questa grazie all’anidride carbonica che permette quello scambio: le due componenti O2 e CO2 devono quindi essere in equilibrio. Quando però la ventilazione polmonare è eccessiva rispetto alle necessità fisiologiche di ossigenazione del sangue, si altera lo scambio con l’anidride carbonica, rendendo più difficoltoso l’apporto di ossigeno ai cari organi. L’iperventilazione vede infatti un aumento degli atti respiratori a riposo e la quota di CO2 eliminata col respiro è superiore rispetto a quella che l’organismo riesce a produrre. Se la persona inizia a respirare affannosamente ( questo non vale per la respirazione in caso di attività in cui nonostante l’aumento della ventilazione polmonare, c’è uno scambio equilibrato a seguito dello sforzo generato dall’attività fisica), aumenta l’ossigeno e lo squilibrio con l’anidride carbonica comporta effetti immediati come stordimento, vertigini, senso di svenimento, formicolii, vista offuscata, rigidità muscolare.

Tali effetti sono legati alla vasocostrizione soprattutto di alcuni vasi sanguigni cerebrali ( da qui la sintomatologia legata al senso di stordimento, irrealtà e testa leggera).

Cosa fa a questo punto la persona?

Quasi in maniera paradossale, la persona, avvertendo il senso di soffocamento può sviluppare errate modalità respiratorie: boccheggiare (a bocca aperta), respiri corti e affannosi, sbadigliare e sospirare. Quello che accade è che vengono compiuti più atti respiratori nel tentativo di attenuare la fame d’aria, con la conseguenza di aggravare il sintomo. L’interpretazione catastrofica “morirò”, “sto svenendo”, “avrò di certo una malattia” aumenta la quota d’ansia e amplifica l’impatto delle sensazioni fisiche.

Una volta che la persona ha avuto esperienze negative di iperventilazione, con un particolare atteggiamento di ipervigilanza, diventa maggiormente sensibile alle sensazioni corporee, interpretandole come primi segnali di iperventilazione e anticamera di un attacco di panico. Si crea così una spirale di paura e ansia anticipatoria che di per sé possono innescare il circolo vizioso della “paura della paura”. In realtà i sintomi non sono “pericolosi” e soprattutto, arrestata l’iperventilazione, anch’essi scompaiono nel giro di pochi minuti.

La psicoterapia cognitivo comportamentale nel trattamento degli attacchi di panico e nello specifico per la gestione dell’iperventilazione, prevede a tal proposito:

  • L’apprendimento di una tecnica di rilassamento: con particolare riferimento alla respirazione diaframmatica, che permette la regolarizzazione del respiro, e al rilassamento progressivo di Jacobson, che consente di avere il controllo dei distretti corporei in cui vengono avvertiti i sintomi legati all’iperventilazione ( rigidità muscolare, formicolii etc..)
  • Esposizione enterocettiva: ovvero l’induzione dei sintomi in seduta, così da sperimentare in un contesto “protetto” che le sensazioni fisiche di per sé non conducono né all’attacco di panico né a conseguenze catastrofiche ( svenimento, perdita della vista etc..)
  • Decatastrofizzazione dei pensieri e riattribuzione della corretta interpretazione delle sensazioni somatiche. Le sensazioni fisiche potrebbero derivare da: una reazione ad una situazione stressante, attività fisica, forti emozioni ( es, rabbia), normali processi biologici a cui normalmente non prestiamo attenzione ma su cui diveniamo particolarmente vigili proprio a seguito di esperienze precedenti erroneamente interpretate.

Questa attenzione selettiva unita alla catastrofizzazione rinforzate nel tempo vanno quindi ad inserirsi all’interno di un circolo vizioso che parte dai sintomi e viene amplificato dal nostro dialogo interno disfunzionale, ovvero da cosa diciamo a noi stessi riguardo le sensazioni che stiamo sperimentando.

L’intervento cognitivo comportamentale vedrà proprio per questo, accanto all’esposizione e al trasferimento di competenze riguardo la gestione comportamentale della sintomatologia, la ristrutturazione cognitiva incentrata sulla costruzione di un dialogo interno più funzionale, oggettivo e realistico, con una lettura dei sintomi maggiormente aderente al vero.

 

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