La relazione terapeutica: quando una psicoterapia funziona

di

A cura della Dottoressa Anna Chiara Venturini, Psicologa Psicoterapeuta Cognitivo Comportamentale a Roma.

Inizialmente paziente e terapeuta sono due sconosciuti. Questo può rappresentare una difficoltà per una persona che è sì mossa da una necessità, ma che si trova a dover raccontare la propria vita, i propri bisogni, i desideri e le proprie sofferenze ad un perfetto estraneo.

Capita spesso che il paziente pensi, e a volte dica: “Ma io non so niente di lei, io le ho raccontato tutto di me, ma lei non mi racconta mai niente di sé”

Ciò che il terapeuta può raccontare di sé, all’interno di una relazione psicoterapeutica, riguarda esclusivamente la propria professione, cioè il percorso formativo attuato, il proprio orientamento teorico, il metodo di lavoro ed eventualmente le informazioni relative alla struttura in cui lavora, nel caso si tratti di una struttura pubblica o di un centro privato in cui collabora con altri professionisti.

Col tempo l.iniziale difficoltà del non conoscersi può rivelarsi, in realtà, un vantaggio per il paziente che, gradualmente, man mano che si instaura un clima di fiducia e confidenza, scopre la possibilità di avere uno spazio incontaminato in cui poter voltare pagina e ricominciare a scrivere la propria storia, o ripercorrere e rivedere la propria vita, accompagnato in questo percorso da qualcuno che, proprio in quanto estraneo, si colloca al di fuori dei pregiudizi, delle abitudini e dei condizionamenti che caratterizzano la sua quotidianità.

Generalmente, soprattutto all’inizio, il paziente ha la tendenza a pensare che il terapeuta sia onnipotente e che possa trovare la soluzione ai suoi problemi attraverso interventi quasi magici o fornendogli direttive e/o consigli:

Terapeuta: .Cosa si aspetta dalla psicoterapia?.

Paziente: “Mah. che io vengo qui, le racconto la mia storia, le mie difficoltà, e poi lei mi dà dei consigli, mi dice cosa non va bene e come risolverle!”

Altre volte i pazienti si aspettano una sorta di rivelazione sulla propria personalità:

Paziente: “Ma io pensavo che ad un certo punto lei mi avrebbe dato una specie di profilo sul mio carattere, una relazione su come sono, sulle mie qualità, i miei difetti.”

Ciò che il paziente deve imparare a comprendere è che la riuscita della psicoterapia implica la sua partecipazione attiva al lavoro che sta per affrontare, è frutto cioè di una collaborazione continua con il terapeuta con cui intraprende questo percorso.

“Ogni lavoro psicologico è una relazione umana fra lo psicologo e il suo paziente. E. un lavoro di intensa collaborazione (…) L’ analista e il suo paziente sono compagni di viaggio.” (Daco, 1965).

Effettivamente la psicoterapia è spesso descritta come un viaggio che ha come protagonisti il terapeuta e il paziente e come meta l.approfondimento della conoscenza di sé, l’attenta analisi delle proprie difficoltà, il risveglio della capacità di riflettere, di pensare, di scoprire il piacere di occuparsi di se stessi. Un percorso molto particolare, che prevede una profonda intesa tra i due compagni di viaggio, una sintonia che permetta lo stabilirsi di un clima di fiducia, rassicurante e stimolante, per un periodo di tempo che di solito è abbastanza lungo.

Una celebre favola di Saint-Exupéry, “Il Piccolo Principe”, offre una bella metafora dello stabilirsi di questo particolare legame affettivo e conoscitivo tra terapeuta e paziente.

Il brano è il seguente:

.In quel momento apparve la volpe.

-Buon giorno-, disse la volpe. -Buon giorno-, rispose gentilmente il piccolo principe (.). –

Vieni a giocare con me-, le propose il piccolo principe, -sono così triste.- -Non posso giocare

con te-, disse la volpe, -non sono addomesticata- (.).

-Che cosa vuol dire .addomesticare.?- (.)

.E. una cosa da molto dimenticata. Vuol dire .creare dei legami..– Creare dei legami?- –

Certo-, disse la volpe. -Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila

ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una

volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l.uno dell.altro.

Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo- (.).

-Comincio a capire-, disse il piccolo principe. .C.è un fiore.credo che mi abbia

addomesticato.-(.) -Non si conoscono le cose che si addomesticano-, disse la volpe. .Gli

uomini non hanno più tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose già fatte. Ma

siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici. Se tu vuoi un amico,

addomesticami!-

-Che bisogna fare?-, domandò il piccolo principe.

.Bisogna essere molto pazienti-, rispose la volpe. .In principio tu ti sederai un po. lontano da

me, così, nell’erba. Io ti guarderò con la coda dell.occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono

una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po. più vicino.-

Il piccolo principe ritornò l’indomani.

.Sarebbe stato meglio ritornare alla stessa ora-, disse la volpe. -Se tu vieni, per esempio, tutti i

pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. Col passare dell’ora aumenterà

la mia felicità. Quando saranno le quattro, incomincerò ad agitarmi e ad inquietarmi; scoprirò

il prezzo della felicità! Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi

il cuore.Ci vogliono i riti.-

-Che cos’è un rito?-, disse il piccolo principe.

Anche questa è una cosa da tempo dimenticata-, disse la volpe. .E. quello che fa un giorno

diverso dagli altri giorni, un.ora dalle altre ore. (.)

Così il piccolo principe addomesticò la volpe. E quando l.ora della partenza fu vicina: -Ah!-,

disse la volpe, -.piangerò- (.) .Quando ritornerai a dirmi addio, ti regalerò un segreto-. .

Addio-, disse. .Addio- , disse la volpe.

Ecco il mio segreto. E’ molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è

invisibile agli occhi-. (.) .E’ il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua

rosa così importante-. (.) Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai

addomesticato. Tu sei responsabile della tua rosa-.

 

Questo brano descrive poeticamente come un nuovo rapporto abbia bisogno, per costituirsi e consolidarsi, di “riti”, appuntamenti che implicano l’incontrarsi, l’imparare a conoscersi e lo stabilirsi di una relazione di fiducia in un tempo e in uno spazio speciali, con particolari caratteristiche, proprio come avviene nella psicoterapia.

Le sedute si susseguono, infatti, secondo un ritmo sempre uguale, in un giorno e un orario prestabiliti e con una durata ben precisa, invariabile. Spesso il paziente, soprattutto all’inizio, trova questo ritmo rigido e inadeguato ai suoi bisogni, ma l’abitudine, in questo contesto, assume una valenza positiva perché consente di costituire e conservare un luogo, uno spazio, una situazione in cui il paziente sa di trovare sempre il proprio “compagno di viaggio”, il proprio terapeuta e, soprattutto, dove sa che è sempre possibile, insieme a lui, pensare, riflettere e raccontarsi.

La costanza e la ripetitività con cui paziente e terapeuta si parlano, si salutano all’inizio e si congedano al termine delle sedute, spesso con gli stessi gesti e le stesse parole, fa sì che tra loro si stabiliscano una relazione unica e un linguaggio (verbale e non) che appartiene a quella specifica relazione.

Proprio per la specificità di questo legame, il riproporsi regolarmente di questa situazione, con queste caratteristiche, è già terapia.

Una giovane paziente con un disturbo d.ansia, dopo circa due mesi di psicoterapia, inizia la seduta

dicendo:

Buongiorno! Eccomi qui, finalmente è giovedì. ho tante cose da raccontarle ed è tutta la

settimana che aspetto questo giorno per poterne parlare con lei. Sa che a volte mi capita di pensare

a qualcosa o di trovarmi in una particolare situazione e di dirmi: questo devo ricordarmelo, così ne

parlo alla dottoressa giovedì, e me lo scrivo, così sono certa di 

E’ bene sottolineare che il rapporto tra terapeuta e paziente non è un rapporto di amicizia, ma un rapporto tra un professionista e una persona che in quel momento si rivolge a lui per essere aiutata ( è una relazione di fiducia ma anche riparatrice rispetto alle relazioni passate) ciò nonostante, si tratta comunque di una relazione intima, perché prevede l’espressione, da parte del paziente, dei vissuti più personali, delle proprie emozioni, dei bisogni, delle insicurezze, delle sofferenze, dei sogni e dei desideri più profondi e segreti.

Per conoscersi “ci vuole pazienza” dice la volpe al Piccolo Principe.

All’inizio si tende a mantenere una certa distanza, occorre un po’ di tempo per prendere quella confidenza necessaria per cominciare ad aprirsi, a sentire di poter parlare liberamente di sé e di svelare gli aspetti più intimi della propria vita.

Ciò può avvenire solo se il paziente sente di essere accettato dal terapeuta per quello che è, senza essere giudicato o criticato; questo gli permette di imparare gradualmente ad accettarsi e a riconoscere davanti al terapeuta (che rappresenta .gli altri.) e davanti a se stesso, come egli si vede realmente.

La psicoterapia diventa dunque un’ occasione per mostrarsi ed esprimersi senza maschere, senza dover recitare una parte, come spesso ci si ritrova a dover fare, per motivi diversi, nella quotidianità. Molte persone, nel corso della loro vita, si sentono ad un certo punto quasi obbligate a recitare un ruolo, a mostrarsi agli altri in un modo diverso, per essere accettati nell’ambiente di lavoro, tra gli amici oppure per compiacere i familiari. Questo può portare a soffocare il proprio carattere, o a nascondere e sacrificare parte della propria personalità, causando conflitti interiori e scatenando malessere e disagi.

Il crearsi della relazione terapeutica è un processo graduale e delicato, ci si avvicina ogni giorno, ad ogni incontro, un po. di più, fino a quando si comprende il significato del segreto che la volpe confida al Piccolo Principe: bisogna imparare a parlare e a .vedere col cuore. perché, a volte,

“L’essenziale è invisibile agli occhi” e forse, uno degli scopi della psicoterapia, è proprio rendere visibile agli occhi del paziente ciò che ancora non lo è, ma che si fa “sentire” attraverso i sintomi.

Un paziente racconta:

Mi sono accorto che da un po’. di tempo reagisco in modo diverso di fronte a certe situazioni che mi hanno sempre messo in difficoltà, forse perché le vedo in modo differente da prima, ora non evito più la paura, ma mi faccio guidare da essa… non voglio più che la mia paura mi costruisca dei limiti fasulli che poi diventano muri di cemento che mi separano dalla vita vera. Ora più una cosa mi fa paura, più significa che è importante che io mi butti.. solo così posso scoprire le mie capacità e potenzialità.”

 

Bibliografia

Pierre Daco, “Che cos’è la psicologia”, BUR, 2003

Antoine de Saint-Exupéry, “il piccolo Principe”, Milano: Bompiani, 1943

 

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