Crescere senza un padre: scalare la vita in solitaria.

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A cura della Dottoressa Anna Chiara Venturini, Psicologa Psicoterapeuta Cognitivo Comportamentale a Roma

L’altro giorno in metropolitana stavo osservando una bambina che giocava con un videogame e che ad ogni nuovo punteggio mostrava al padre il risultato aspettando la frase “Sono fiero di te”. Di colpo mi è venuta in mente quello che un paziente mi disse tempo fa “Dottoressa , lei ha entrambe i genitori?” “Si”, risposi “Bhe, lei sente la mancanza del terzo genitore?” “No”, dissi in modo quasi ovvio, “Ecco, nemmeno io sento la mancanza di mio padre; non l’ho mai conosciuto e sono cresciuto con mia madre. Per me è normale avere un solo genitore, come per lei è normale averne due”  Mi trovavo di fronte a un ragazzo che era cresciuto senza padre e che con tutta la naturalezza di questo mondo mi metteva davanti ad una prospettiva diversa dal solito: non avvertiva la mancanza del padre, non sentiva il desiderio di conoscerlo e nemmeno la curiosità; semplicemente non pensava alla sua esistenza. L’altro giorno questo pensiero mi è tornato alla mente proprio in associazione con il gesto della bambina: quest’ultima avvertiva la necessità del riconoscimento paterno, ma se lui non fosse stato presente? Avrebbe trovato di certo qualcun altro o la figura del padre era insostituibile? E soprattutto cosa avrebbe comportato l’assenza del padre durante la crescita?

Sappiamo che padri e madri sono entrambi equipaggiati per crescere i loro bambini; quello che cambia è il modo in cui lo fanno: le loro inclinazioni ed i metodi operativi, le loro abilità naturali e perfino i loro modi di percezione tendono ad essere abbastanza differenti, diversificandosi ulteriormente durante le varie fasi dello sviluppo. Le mamme sono ovviamente filogeneticamente avvantaggiate nel prendersi cura della prole fino ai 18 mesi: sanno interpretare e soddisfare più facilmente i bisogni del bambino e il loro rapporto diviene il prototipo delle relazioni future; se il bambino esperisce la madre come base sicura, sarà di certo più sicuro nell’affrontare il mondo e avrà relazioni sociali più soddisfacenti.

E i papà? Quale è il loro ruolo? I pediatri e gli psicologi hanno dimostrato come, già dalla terza settimana di vita , i bambini sperimentano e reagiscono diversamente alla figura paterna e materna, adottando un postura e una comunicazione non verbale ( sguardo, sorriso etc..) differente; poiché infatti gli intenti con cui le due figure genitoriali si avvicinano al bambino sono diversi, i padri di solito per giocare e stimolare, mentre le madri per accudire e calmare, il bambino partecipa alla relazione e interagisce con loro adattandosi in modo differente a seconda di quale figura gli è più vicina.

La figura paterna protegge e aiuta il bambino a comprendere le abilità sociali per vivere nel mondo esterno, il senso del limite e del controllo; lo incoraggia a sostenere la frustrazione e ad esplorare le proprie competenze, assumendo un ruolo centrale nella creazione e sviluppo dell’autostima. Per contro, l’assenza del padre, determina un accentuato senso di vulnerabilità che può estrinsecarsi in pensieri catastrofici riguardo accadimenti, eventi, salute ( spesso sfociando nell’ipocondria) o aspetti economici.

I padri che hanno un atteggiamento autorevole, che quindi unisce il rigore all’affabilità e al rispetto, più probabilmente avranno figli sicuri di sé e che dimostrano una buona salute mentale.
Inoltre, per un sano sviluppo dei bambini e degli adolescenti, è importante che i padri siamo emotivamente disponibili ovvero, siano coinvolti nella vita del proprio figlio e rispondano ai suoi bisogni emotivi.

Il padre può esplicare la propria influenza morale in diversi modi: dal semplice mantenimento delle promesse fatte al figlio a quello di stabilire dei paletti per rendere chiaro quali comportamenti sono accettabili e quali non lo sono. In questo senso, ferma restando l’importanza della quantità di tempo che il padre dedica ai figli, è altrettanto essenziale il modo in cui egli risponde alle loro esigenze e al loro comportamento: i padri hanno così molte possibilità per trasmettere valori ai propri figli e insegnare loro le conseguenze derivanti dalla responsabilità morale.

Ma quando il padre è assente? Cosa accade ai figli?

Anzitutto, dalla mia esperienza presso asili nido e scuole d’infanzia, ho potuto osservare che è necessario scindere due situazioni: la morte del genitore e l’abbandono della famiglia da parte del padre. Nel primo caso è fondamentale non allontanare il bambino dalla casa. Molto spesso infatti, si tende  a voler proteggere il bambino e quindi a portarlo lontano per evitare che questi risenta del dramma; in realtà non si sa o non si tiene conto del fatto che è fondamentale invece il “saluto” . Il bambino infatti, sebbene escluso, vive comunque a suo modo la situazione: in mancanza di un riscontro con la realtà l’immaginario viene sollecitato a costruire uno scenario spesso più inquietante della realtà stessa. E’ invece fondamentale dialogare con il bambino così da far emergere sentimenti quali paura, dolore, rabbia che invece terrebbe dentro di sé percependole come indicibili e quindi dannose. Inoltre non dimentichiamo che il mondo delle favole e dei cartoni è popolato di personaggi che muoiono e quindi sono in un certo qual modo il bambino è preparato. Nel caso della perdita del padre è quindi importante non indebolire il piccolo allontanandolo perché così gli si impedisce di partecipare, di prepararsi al distacco dalla persona amata e di esprimere i sentimenti relativi alla perdita.

Quando invece il genitore volontariamente si allontana dalla famiglia, si producono solitamente effetti più dannosi sui bambini rispetto alla morte, con problemi  che si ripercuotono e si manifestano diversamente sui ragazzi e sulle ragazze. : i primi infatti, sono generalmente colpiti più duramente, tendono ad avere difficoltà a concentrarsi a scuola, difficoltà di apprendimento ed alcuni psichiatri ritengono l’assenza del padre quantomeno concausa di disturbi con deficit di attenzione e con iperattività. La mancanza del padre, inoltre, aumenta significativamente la probabilità che un ragazzo diventi violento ed è molto comune che  per le madri ci siano difficoltà di gestione in particolare di ragazzi adolescenti senza padre . La correlazione fra la mancanza del padre l’appartenenza a bande di strada è infatti molto stretta; tali bande esistono fondamentalmente per due scopi: per riempire un vuoto di autorità e soddisfare un desiderio di appartenenza. Entrambe le funzioni che sono collegate strettamente a mancanza della presenza paterna. Per quanto riguarda invece le ragazze si può invece riscontrare spesso un comportamento esageratamente seduttivo e difficoltà nel formare rapporti sani e durevoli con gli uomini.

In definitiva il ruolo del padre è cruciale: miglior rendimento scolastico, facilità di gestire i rapporti con i compagni di classe, maggior autocontrollo, minor tendenza alla promiscuità sessuale, e da adulti capacità di costruirsi rapporti di coppia sani ed equilibrati. I bambini con padri assenti, fisicamente o emotivamente, invece hanno più facilmente problemi di rendimento scolastico, difficoltà nelle relazioni sociali e cadono più facilmente vittima di droghe.

Tuttavia non c’è un manuale per il perfetto genitore né tanto meno un volume che insegni come farne a meno, spetta solo ad ognuno di noi ricordare o ascoltare la figura paterna che abbiamo interiorizzato e che non necessariamente è quella che ha contribuito alla nostra nascita.  Molto spesso si dice che padre non è colui che ci mette al mondo ma colui che ci dà gli strumenti per affrontarlo e quindi per crescere, e se iniziamo a considerare la cosa da questo punto di vista, ognuno di noi ha un padre che è presente, anche se non fisicamente, ma  che è comunque dentro di noi, nei nostri gesti, nel modo di pensare e nel modo di stare al mondo.

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