Sindrome di Stoccolma e dipendenza affettiva: “Nonostante tutto quello che mi ha fatto, io lo amo!”

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sindrome di stoccolma dipendenza affettiva psicoterapeuta romaA cura della Dottoressa Anna Chiara Venturini, Psicologa Psicoterapeuta Cognitivo Comportamentale a Roma.

La Sindrome di Stoccolma è così chiamata facendo riferimento ad un episodio accaduto per l’appunto a Stoccolma nel 1974, quando due uomini, imbracciando un fucile, entrarono in una banca prendendo in ostaggio quattro persone, tre delle quali erano donne. Quando vennero liberate accadde una cosa alquanto surreale: le vittime presero le difese dei due criminali, difendendoli dai mass media e dalla polizia e una delle tre ebbe anche una liaison con uno dei malviventi.

Questo episodio sorprendente e apparentemente privo di logica, parla in realtà di meccanismi inconsci, collegati all’istinto di sopravvivenza e che vengono chiamati in causa nelle situazioni di violenza e abuso in cui la vittima percepisce che la propria sopravvivenza è legata alla volontà del maltrattante. Viene ovviamente da chiedersi come possa questa sindrome essere presente in un contesto di dipendenza affettiva dove non sempre c’è una componente di coercizione fisica (presente nei casi di violenza fisica). In realtà, se riflettiamo bene, l’altro non obbliga fisicamente la vittima a restare, ma, attraverso il decervellaggio e il successivo annientamento della volontà altrui, la annichilisce a tal punto da pensare di esistere soltanto in quella e attraverso quella relazione. La conseguenza è che la vittima sviluppa un meccanismo di attaccamento disfunzionale nei confronti del proprio carnefice pur di evitare di “non esistere” da sola.

Dopo una iniziale fase di shock, confusione e paura in cui sente minacciata la propria esistenza, la vittima inizia ad identificarsi con il carnefice, giustificandolo, comprendendo le sue motivazioni. Ovviamente c’è una parte di personalità che si rende perfettamente conto di quanto sta avvenendo, ma è una vocina flebile che si dissocia ben presto dalla paura e dal rancore verso l’aguzzino, cercando di compiacerlo, poiché sente che la propria vita dipende dall’altro e dal feedback positivo che da questi riceve. L’abuso che sta subendo la lega quindi a filo doppio con la persona che lo esercita. Rafforzato dal comportamento manipolatorio messo in atto ai danni della vittima: violenza fisica e/o psicologica, bugie, minacce, inframezzate da regali, sorprese, scuse e complimenti occasionali, fanno di questo comportamento volutamente ambiguo, il cardine del rapporto vittima-carnefice, fondato sul rinforzo intermittente e sul condizionamento operante.

La vicinanza con l’abusante, compromette l’autostima e l’obiettività della vittima al punto tale da non rendersi conto dello schema ciclico a cui lei partecipa, perdonandolo e sperando ad ogni ritorno che lui effettivamente cambi.

“So che non tutti possono capire, ma nonostante quello che mi ha fatto, io lo amo!” Si tratta del “trauma bonding”, ovvero del trauma comportato da un legame di sofferenza, tipico della Sindrome di Stoccolma e della dipendenza affettiva. La vittima è infatti attaccata all’idea irrazionale che, se si comporta come lui si aspetta, se sarà tenace, combattiva e amorevole, lui cambierà. Se da un lato questa idea malsana è culturalmente propinata “L’amore ci salva!”, “Solo se l’altro sa aspettarti e capirti è vero amore!” “L’amore è accettare l’altro senza riserve!”, dall’altro l’abusante incoraggerà queste false speranze, poiché ha un vuoto esistenziale incolmabile che lo porterà a richiedere continue prove di amore e “devozione”, dando l’illusione che manca poco, un piccolo sforzo e lui cederà all’amore. E’ questa sensazione di “rincorsa della vincita” ( se ben ci pensate la medesima che si presenta nella dipendenza da gioco, in cui ogni volta potrebbe essere la scommessa, la puntata vincente), di rincorsa della corona promessa dal maltrattante all’inizio, che farà perdere alla vittima il contatto con la realtà di una relazione totalmente sbilanciata e che la logorerà quotidianamente.

Essendo la propria vita totalmente centrata sull’altro e sulla conservazione del rapporto a qualunque costo, non solo la vittima farà qualsiasi cosa pur di compiacere il proprio aguzzino ( e magari evitare la sua rabbia come accade nel ciclo della violenza), ma darà la colpa a se stessa se non riuscirà a soddisfare le aspettative del partner, se non riuscirà a dire di no ad ogni ritorno e in ultimo, si incolperà e proverà vergogna per aver subito e non aver messo fine per tempo a tutto questo. In realtà questa consapevolezza, che può essere presente nella dipendenza affettiva e nel trauma da narcisismo durante o dopo la relazione d’abuso, nel caso della Sindrome di Stoccolma è molto difficile che emerga, se non dopo un profondo e impegnativo lavoro psicologico di ritorno alla realtà e di distacco totale dall’abusante ( il no contact attuato nelle relazioni di abuso).

Il carnefice vampiro arriverà dunque a danneggiare così tanto l’autostima della vittima che questa si sentirà totalmente annichilita nel profondo, privata di ogni luce e bagliore emotivo, risucchiata in una spirale che la fa sentire sempre più incapace, non attraente, inadeguata. La tela del ragno si fa sempre più fitta: ogni contatto è volto a controllarla e annullarla nella volontà, ricordandole di quanto sia inutile come persona e al contempo fortunata a poter proseguire la sua esistenza grazie a lui.  Il circolo vizioso è presto fatto, in un gorgo di dolore in cui la vittima vede confermate ogni volta le proprie convinzioni disfunzionali: la sua vita dipende da lui, non troverà nessun altro e da sola non ce la farà.

A questo punto cosa fare?

Il no contact è il solo modo per interrompere la distruttività di questa relazione: spezzare la ciclicità d’abuso e riacquistare la propria lucidità e libertà, uscendo da quello stato “ipnotico” in cui il maltrattante induce la vittima, attraverso l’isolamento ( la vittima non ha più termini di confronto con la realtà) e il bombardamento cognitivo volto ad annebbiarle la coscienza e la volontà. Riprendere i contatti, i legami che si sono spezzati ( spesso per volontà del carnefice), parlare dei propri stati d’animo e di quello che si sta vivendo, prima che ci si alieni totalmente e ci si consegni definitivamente nelle mani dell’aguzzino.

Come possono comportarsi amici e familiari?

  • Non incolparla e ascoltarla. Come abbiamo visto, senso di colpa e vergogna sono emozioni che impediscono alla vittima di parlare di quello che sta vivendo. Un ascolto privo di giudizio le permette di aprirsi e di sentirsi accettata
  • Non accusare direttamente il compagno. Se la vittima crede che la propria vita dipende da lui, accusandolo e giudicandolo, rischieremo di cementare il loro legame, poiché lei, anziché soffermarsi sulla propria condizione, sarà protesa a difenderlo.
  • Descrivere con calma le implicazioni dei comportamenti che la feriscono. In questo modo avrà un chiaro confronto tra l’autentico interesse e il comportamento violento e manipolatorio del compagno
  • Incoraggiarla a trovare fonti di gratificazione esterne alla coppia e al di là del suo desiderio di compiacere il compagno.
  • Farle sentire che non sarà persa o sola come l’abusante vorrebbe farle credere
  • Lavorare sul dopo. Alla fine di questa relazione c’è un’esistenza da ri-costruire ed è quello che spaventa più di ogni altra cosa.

 

La Sindrome di Stoccolma, unita alla dissonanza cognitiva, alimentano la convinzione che questo tipo di relazione è accettabile e indispensabile e che senza di questa, crollerebbe tutto, non ci sarebbe un dopo. E’ indispensabile proprio per questo motivo, ricentrare la persona e le sue esigenze, i suoi bisogni, poiché è dalla scoperta e dall’ascolto di questi che può far ripartire la propria vita.

Maggiore è la conoscenza che si diffonde su queste tematiche, maggiore è la probabilità che le vittime si riconoscano in queste dinamiche e comprendano i meccanismi che stanno alla base e che non hanno nulla a che vedere con l’amore, trovando magari la forza di uscire dalla situazione che vivono, il prima possibile.

 

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