“Perché non c’è più?” Come spiegare la morte ad un bambino: quando come e soprattutto perché va fatto.

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A cura della Dottoressa Anna Chiara Venturini, Psicologa Psicoterapeuta Cognitivo Comportamentale a Roma

Quando una persona che amiamo si ammala gravemente o muore improvvisamente il nostro equilibrio psicologico cambia: adulti e bambini si trovano a dover vivere la perdita, a dover gestire l’assenza e il vuoto incolmabile che essa trascina con sé. Ci sentiamo soli, abbandonati, avvertiamo la sensazione di distacco mentre ci affanniamo a trovare una risposta ai perché che invano riempiranno le giornate. La presenza fisica e psicologica della persona amata viene a mancare e subentra l’assenza percepibile con i sensi e attraverso il profondo dolore. Oltre la morte gli occhi e l’anima vedono l’impossibilità di mettere in piedi e portare a termine un progetto senza la persona che ci ha lasciato, mentre lo strappo affettivo ci getta nell’esperienza della perdita della sua totalità, ricordandoci la nostra finitudine, la transitorietà della vita e anche la sua importanza. Vorremmo proteggerci da questo evento angosciante e spesso, quando non ci tocca da vicino, cerchiamo di  non pensarci, non ne parliamo e allontaniamo ogni possibile riferimento. Tuttavia, proprio come percepiamo noi stessi, allo stesso modo immaginiamo i bambini, proiettando il nostro disagio, la nostra sofferenza su di loro, così fragili e delicati. Quale soluzione migliore se non nascondere la verità sulla perdita avvenuta a chi pensiamo non sia in grado di sopportarla? E così, in un modo molto istintivo, senza quasi rendersene conto, l’adulto esclude il bambino dalla realtà dell’evento morte. Accade spesso che i bambini non possano più visitare i nonni  o i genitori gravemente ammalati perché si teme  che potrebbero impressionarsi nel vedere le loro condizioni, oppure perché si teme di imprimere nella mente dei piccoli un ricordo indelebile che li accompagnerà tristemente per tutta la vita. Risultato? I bambini vengono allontanati, esclusi dalla  malattia, vivendo e interpretando quella situazione con le armi che posseggono: la loro fantasia. Se infatti un bambino che vede spesso il nonno di colpo viene allontanato e tenuto allo scuro, in mancanza di un riscontro con  la realtà, l’immaginazione viene sollecitata a costruire uno scenario più inquietante della realtà stessa. Una porta sempre chiusa sollecita la curiosità: cosa ci sarà in quella stanza proibita in cui non si può entrare? Un mostro, un fantasma, un orco? Il mondo interiore del bambino si popola pertanto di personaggi che incutono paura. Ma se noi adulti per un momento ci fermassimo ad aprire quella porta assieme al piccolo per entrare nella stanza con lui, per ascoltare le sue domande e le sue emozioni? Se potessimo parlare con lui e spiegare cosa sta succedendo? I fantasmi allora si dileguerebbero, i mostri e gli orchi scomparirebbero, lasciando il posto ad una realtà dolorosa e dura da accettare, ma comunque autentica e pian piano comprensibile. E quando quella porta si aprirà per lasciar uscire la salma? Dove si manderà il bambino? Lo allontaneremo perché non sappia della morte, perché non partecipi ad una cerimonia funebre, perché non veda un corpo senza vita? E cosa fantasticherà al ritorno a casa quando vedrà quella porta prima chiusa ora finalmente aperta e dove tutto è in ordine come se non fosse accaduto nulla? Nel momento della morte di un caro il bambino spesso viene escluso nel tentativo di metterlo al riparo dal dolore e per non impressionarlo, ma non ci si rende conto che così facendo in realtà lo lasciamo solo, senza dargli la possibilità di esprimere sentimenti ed emozioni. In questi momenti, conoscere le emozioni del bambino mentre sta vivendo la malattia e la morte di una persona cara, è possibile, avviando un dialogo dal quale possano emergere tutti quei sentimenti, la paura, il dolore, la rabbia per la perdita, che il bambino tiene dentro di sé perché impossibilitato ad esprimere.

Se per l’adulto è già difficile accettare e comprendere la morte, separarsi da una persona con cui probabilmente si è trascorsa la vita, anche per il bambino la morte è un momento cruciale, ma viene percepito come un evento più naturale. Recenti studi sul concetto di morte ( Vianello, Marin 2009) affermano che tra i 2 ed i 4 anni la morte è vissuta in modo articolato ( qualcosa che prima c’era, ora invece non c’è più) e gradualmente viene compresa come cessazione della funzioni vitali ( il cuore non batte più, non c’è più respiro) ed irreversibilità. In seguito il bambino comprende che la morte è universale e riguarda tutti, animali, piante, persone, i propri cari e se stesso, arrivano ad aver ben chiaro il concetto di morte e delle sue implicazioni intorno ai 6 anni.

Se tuttavia pensiamo che il mondo fantastico fatto di fumetti, cartoni e giochi simbolici è popolato non solo di mostri ma anche di personaggi che muoiono, sarà più facile per noi adulti parlare di morte, riferendoci alle finte sparatorie, alle lotte tra nemici e alle uccisioni dei draghi. Parlando il linguaggio del bambino e guardando la realtà con gli occhi della fantasia, riusciremo a far partecipare i bambini alla morte reale, lasciandoli liberi di esprimere le loro emozioni e consentendo loro di prepararsi alla separazione.

Come ci si può accorgere di un disagio del bambino?

Dal momento che l’adulto stesso esclude il bambino E’ chiaro che difficoltà nell’addormentamento, incubi notturni (pavor nocturnus), enuresi, difficoltà di concentrazione, tensione: sono tutti indici di una manifesta sofferenza che il bambino non riesce ad esprimere in altro modo; in questi momenti la consulenza di uno psicologo può accertare il livello di consapevolezza del bambino ed il suo stato emotivo, così da aiutare i familiari ad entrare in comunicazione con il bambino stesso.

Come aiutarli ad affrontare l’argomento?

  • Spiegate cosa è successo: i bambini, soprattutto i più piccoli, possono farsi strane idee sulla morte. Meglio allora dare delle semplici e chiare spiegazioni, cercando, per quanto possibile, di ripristinare a breve il ritmo quotidiano, così da evitare il caos al bambino che già si trova a dover svolgere il faticoso lavoro dell’elaborazione del lutto .
  • Evitate eufemismi: non usate spiegazioni del tipo “la nonna è andata a dormire” oppure “la nonna è partita per un lungo viaggio”. Il rischio è quello di instaurare un’attesa senza fine nel piccolo, che si convincerà che prima o poi la persona perduta tornerà, passando pomeriggi interi alla finestra sperando nel suo ritorno.
  • Non allontanate i bambini da casa: il rischio sarebbe quello di fargli vivere la situazione come una cosa finta, un sogno destinato a sparire. Inoltre non capirebbe perché lo avete allontanato privandolo così del vostro affetto in un momento così delicato. Il bambino potrebbe sviluppare dei sensi di colpa rispetto alla situazione. Non bisogna mai dimenticare infatti che il pensiero del bambino è di tipo egocentrico ed è facile che possa convincersi che è sua la responsabilità di quanto accaduto.
  • Invitate a casa vostra un parente o un amico: vi aiuterà con il bambino funzionando come un supporto fisico e psicologico, senza allontanare il bambino da casa.
  • Aiutate il piccolo a conservare il ricordo della persona cara: scambiate dei ricordi con vostro figlio sulla persona che non c’è più, scambiate emozioni e calore. Ricordategli che la persona vivrà sempre nel cuore e nel ricordo delle persone che le hanno voluto bene. Servirà ad entrambi.
  • Lasciate che il bambino faccia domande sulla persone che muoiono: evitare l’argomento vuol dire costruire intorno alla morte un alone di mistero che non lo aiuterà a capire e ad elaborare l’assenza.

Come fare?

Magari iniziate a parlare della nascita, dei cicli della natura che il bambino può vedere tutti i giorni, le foglie che nascono, appassiscono e cadono. Avvaletevi di fiabe, di situazioni in cui un animale domestico ( per es. il cane dei nonni o del vicino di casa) è morto… l’importante è rifarsi a contesti e situazioni che lui conosce perchè siano chiare le parole ed i riferimenti. Condividete le vostre emozioni (per es.“Io sono triste, tu cosa provi? ), ed inventate inventato insieme a lui un rito, come per esempio il recitare ( per chi è credente) una preghierina prima di andare a letto, per ringraziare chi è salito in cielo di essere stato con noi, ricordando che da lassù ci guarda, continua a volerci bene e ad ascoltarci.
Non c’è un manuale del bravo genitore, soprattutto in momenti delicati come quello in cui dobbiamo fronteggiare la perdita di un caro ed al contempo occuparci di far passare l’evento nel modo meno traumatico possibile per il bambino. Non è facile, e questo si avverte sin da subito, ma di certo non dobbiamo creare un clima di mistero, di non detti, di falsità attorno all’evento morte poiché rischieremmo di complicare ulteriormente la comunicazione. Siamo umani, possiamo sbagliare, ma se ricordiamo di non sottovalutare i bambini ( che hanno più risorse di quanto spesso possiamo immaginare), questi ci stupiranno con la loro forza e la loro fantastica capacità di elaborare anche le cose brutte come la morte, in un modo semplice ed innocente, insegnandoci come a volte, guardare il mondo con gli occhi di un bambino, possa essere una risorsa e non un punto debole, contrariamente a quanto oggi la società ci propina.

 

Bibliografia

Linus Mundy e A. Fitzgerald, “Perchè non c’è più? Un libro per spiegare la morte”, Ed. Paoline, 2013

S. Bordiglioni, “Polvere di Stelle”, Einaudi Ragazzi, 2006

Earl A. Grollman, “Perchè si muore?”, Ed. RED, 1999

 

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