
Intervista della Dottoressa Venturini su “Silhouette Donna” marzo 2020
La Dottoressa Anna Chiara Venturini, Psicologa Psicoterapeuta a Roma è stata recentemente intervistata sul mensile nazionale di salute e benessere “Silhouette Donna” novembre 2018Proponiamo di seguito un breve riassunto tratto dall’articolo “Wanderluster anime vagabonde” .Un irrequietezza che si accompagna al desiderio di conoscere posti e persone sempre nuove, alla propensione a vivere esperienze inconsuete. È la sindrome dell’ eterno viaggiatore detta anche Wanderluster, un termine tedesco che si traduce in “desiderio di vagabondare”. Chi ne soffre resiste alla routine contando i giorni verso una nuova partenza con una valigia come armadio. “A caratterizzare i wanderluster è una predisposizione temperamentale per cui si è sempre alla ricerca di situazioni nuove e alternative.” sottolinea la dottoressa Anna Chiara Venturini psicologa e psicoterapeuta. Non basta la cenetta a lume di candela o il weekend romantico: L’esperienza vissuta deve essere fuori dall’ordinario all’insegna dell’intensità la cui asticella tenderà ad alzarsi progressivamente. Sono i sensation seekers: i ricercatori di emozioni.In fuga dalla realtàDietro questo costante bisogno di spostarsi si nasconde spesso la difficoltà ad adattarsi alla propria realtà è una bassa tolleranza alla frustrazione. Il wanderluster prova una sensazione di vuoto che compensa con dei viaggi spesso insoliti: Il viaggio lo aiuta ad evadere dalle situazioni e dalle emozioni associate che però trova invariate al suo ritorno. È un momento di stacco una parentesi anziché lavorare sul proprio vuoto e adattamento. Questa smania può nascondere profonde insoddisfazioni relazionali: il wanderluster non coltiva rapporti duraturi e profondi e non ha paura di perderli. Colleziona legami non crea rapporti a meno che non trova una persona che va a rimorchio o che ha la sua stessa predisposizione al viaggio.Visionari e ispiratoriI wanderluster si adattano meglio ai cambiamenti e alle novità ma spesso non hanno obiettivi concreti. Riescono a percepire una situazione da diversi punti di vista perché la loro predisposizione all’esplorazione li rende visionarie aperti facendo da traino a pigri e indecisi. Chi sta con loro può condividere esperienze che da soli non farebbero ma può aiutare i wanderluster ad essere meno dispersivi.Un’energia da valorizzarePer prima cosa è importante imparare a canalizzare questa energia su obiettivi concreti. Limitare poi i viaggi a due-tre l’anno e cercare di coinvolgere amici partner e familiari affinché non sia una fuga ma una esperienza condivisa. Infine imparare a coltivare questa predisposizione alla scoperta tra le pieghe del quotidiano a partire dagli angoli nascosti della propria città, senza bisogno di cambiare gni volta stato o continente.” conclude la dottoressa Venturini. Per conoscere i vari Workshop di Psicotime in programma a Roma, vai nell’apposita sezione dedicata ai Workshop e Corsi, oppure clicca quiPer contattare la Dottoressa Venturini, vai nell’apposita sezione Contatti, oppure cliccando qui
Intervista della Dottoressa Venturini su “Silhouette Donna” gennaio 2020
La Dottoressa Anna Chiara Venturini, Psicologa Psicoterapeuta a Roma è stata recentemente intervistata sul mensile nazionale di salute e benessere “Silhouette Donna” gennaio 2020 Proponiamo di seguito un breve riassunto tratto dall’articolo “Bore out quando la noia stanca”Sindrome che nasce non dal sovraccarico ma dalla mancanza di stimoli sul lavoro due punti gente che si annoia si sente sotto utilizzata non condivide lo scopo o i compiti assegnati. Sembra una vera pacchia ma invece alla lunga porta alle esaurimento logico e fisico.Difficile da riconoscere “In un mondo del lavoro sempre più competitivo lo stress da performance è visto come sinonimo di efficienza e produttività quasi legittimato.” Spiega la dottoressa Venturini psicologa e psicoterapeuta. “Dato però che è difficile percepire come stressante l’inattività e la mancanza di stimoli, il bore out non è compreso.” Stanchezza, irritabilità, mal di testa, disturbi del sonno, ansia e depressione: in ufficio si fa poco o niente eppure la sera si è logori da un punto di vista psicofisico.Rinforzare la rete“Spesso chi ne soffre sono le persone che fanno dipendere il proprio valore personale dal lavoro: persone molto esigenti verso sè e gli altri e che di solito non chiedono supporto. Tendono a trincerarsi dietro la scrivania e sono perlopiù invisibili ai colleghi, finendo in un circolo vizioso: ogni piccolo passo in questo caso è utile per uscire da questo stallo. Un caffè alla macchinetta può fare la differenza”, sottolinea la psicologa.Non identificarsi“Prima di tutto il bore out si combatte dando al lavoro un significato diverso e meno totalizzante rispetto agli altri ambiti della vita: è importante riuscire ad ottenere gratificazione al di fuori del ufficio. Fate un check della vostra vita relazionale e delle attività quotidiane: dedicate tempo ad amici, al partner? Fate sport e avete momenti creativi? Rinforzare questi ambiti può aiutare a ridimensionare il problema e a farvi capire che voi non siete il vostro lavoro ma molto altro”.Vivere il presente Chi è molto orientato all’ obiettivo e chi pretende che le cose siano fatte a modo proprio, difficilmente si adatterà a una situazione diversa e accumulerà frustrazione e nervosismo: concentratevi su quello che state facendo, restate sul presente, cercate di fare il meglio che potete con gli strumenti che avete a disposizione, mettendo qualcosa del vostro anche se la situazione non vi appartiene.Per conoscere i vari Workshop di Psicotime in programma a Roma, vai nell’apposita sezione dedicata ai Workshop e Corsi, oppure clicca quiPer contattare la Dottoressa Venturini, vai nell’apposita sezione Contatti, oppure cliccando qui
Intervista della Dottoressa Venturini su “Silhouette Donna” dicembre 2018
La Dottoressa Anna Chiara Venturini, Psicologa Psicoterapeuta a Roma è stata recentemente intervistata sul mensile nazionale di salute e benessere “Silhouette Donna” dicembre 2018
Proponiamo di seguito un breve riassunto tratto dall’articolo “Complimenti che gaffe!”
… “Ogni discorso ha sempre una componente non verbale che di solito predomina sulle parole: fate in modo che la vostra intenzione si rifletta sul vostro corpo” spiega la dottoressa Venturini. “Quello che pensiamo e sentiamo davvero traspare dallo sguardo e dai gesti con il rischio di ottenere una reazione opposta a quella che volevamo suscitare.”
Ascoltare per trovare appigli
“Prima di lanciarsi nella conversazione dobbiamo saperne di più sul interlocutore o calcare palcoscenici neutri. L’errore è farsi prendere dall’ansia arrampicandosi sugli specchi. All’inizio Cercate di dare spazio all’ascolto mantenendo un atteggiamento aperto e curioso. Non martellate l’interlocutore con domande indagatrici ma lasciate che sia lui ad aggiornarvi sulla sua situazione lavorativa e personale. Non fate commenti riguardanti la sfera familiare e sentimentale a meno che non si sia ricreata una certa confidenza e non sia l’altro a mettere questi temi in primo piano.”
La giusta distanza
“È importante che vi esprimiate tenendo sempre conto della reale conoscenza che avete dell’altra persona”, spiega la dottoressa Venturini. “Cercate di adottare la distanza fisica che faccia sentire a proprio agio voi e l’altro senza invadere la sfera intima.” I rischi della rimpatriata
Facciamo attenzione, ascoltiamo
Vietato dire “ti trovo ringiovanita!”: l’aspetto fisico rimanda direttamente all’identità di una persona. Con le migliori intenzioni andiamo a toccare una sfera delicata mettendo in difficoltà l’interlocutore. Per la stessa ragione evitate il complimento “ti trovo più serena!”. Meglio un generico” ci sono novità rispetto all’ultima volta!” e calibrate i complimenti sulla confidenza che l’altro vi concede.
Reagire a una brutta figura
“Il complimento diventa gaffe quando parliamo di una cosa che non conosciamo e ci spingiamo oltre. La gaffe non va ignorata, meglio chiedere scusa ma non fare finta di nulla perché l’argomento rischia di rimanere in sospeso rovinando l’atmosfera dell’incontro. Alle scuse facciamo seguire un genuino interesse e usiamo Se serve anche un buon pizzico di autoironia”, conclude la psicoterapeuta.
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Intervista della Dottoressa Venturini su “Silhouette Donna” novembre 2018
La Dottoressa Anna Chiara Venturini, Psicologa Psicoterapeuta a Roma è stata recentemente intervistata sul mensile nazionale di salute e benessere “Silhouette Donna” novembre 2018
Proponiamo di seguito un breve riassunto tratto dall’articolo “Una generazione di fantasmi “ .
Gli “spettri” che dobbiamo gestire nella vita di ogni giorno quelli che quando meno te lo aspetti scompaiono, ti bloccano e non rispondono più improvvisamente a messaggi e chiamate. La tendenza a sparire è molto diffusa e prende il nome di ghosting. Ma chi sono davvero questi “fantasmi”? … “Questo fenomeno Non nasce oggi ma è stato di certo amplificato dal massiccio internet, chat e social.” Spiega la dottoressa Anna Chiara Venturini, psicologa e psicoterapeuta, ” il fatto di restare sempre in contatto con gli altri grazie agli smartphone, crea una condizione di attaccamento disfunzionale . Siamo insieme h24 , sia pur attualmente, l’eventuale rottura scatena così comportamenti di controllo per cercare di riprendere il filo così bruscamente interrotto: Usare i profili degli amici, monitorare ansiosamente le spunte di WhatsApp o lo stato di connessione dell’altro “
Identikit del ghoster
“Una persona che sparisce senza dare spiegazioni dimostra di non riuscire a stare in una relazione, che sia d’amore o di amicizia. Il ghoster anche se può sembrare, non è solo cinismo ma può avere radici profonde: Chi lo pratica ha avuto nell’infanzia genitori sfuggenti,, evasivi , deprivante. Da piccolo non veniva ascoltato e spesso non aveva spiegazioni di cosa accadeva, rimanendo, per così dire sospeso nell’attesa. Da adulto replica schema facendo sperimentare agli altri la stessa frustrazione” spiega la dottoressa Venturini.
Non so dirti di no
“Alla base c’è anche il tentativo di non deludere le aspettative altrui, oltre che il non confrontarsi con rabbia, delusioni, recriminazioni. Spesso il ghoster non ce la fa a dire di no e adotta un comportamento passivo aggressivo: Se ne va per non assumersi la responsabilità di una decisione cercando di salvare la faccia…”
Campanelli di allarme
“Riconoscere potenziali ghoster non è difficile: Sono persone che tendono ad evitare il conflitto, con cui vi trovate spesso d’accordo su tutto. ” se l’altro vi idealizza e non vuol vedere le vostre zone d’ombra, se si adatta sempre e non dice la sua tanto da sembrare privo di personalità, se vi dà ragione senza motivarlo, o tace spostando il discorso su argomento, sono tutti campanelli d’allarme ” spiega la dottoressa Venturini. Il ghoster non si arrabbia mai e questo fa capire quante parti sta nascondendo di sé.”
A volte ritornano
“La cosa più brutta del ghoster e la difficoltà ad elaborare la fine della relazione. ” Non cadete alla tentazione di rimorsi e rimpianti e non colpevolizzatevi”, consiglia l’esperta ” non conta perché è successo state davanti ad una persona che tende a scappare e prima o poi sarebbe comunque successo indipendentemente da voi. Interrompete a vostra volta le comunicazioni non lo cercate inutilmente: Questo vi permetterà di concentrarvi su voi stesse e assorbire il colpo.”
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Intervista della Dottoressa Venturini su “Silhouette Donna” marzo 2017
La Dottoressa Anna Chiara Venturini, Psicologa Psicoterapeuta a Roma è stata recentemente intervistata sul mensile nazionale di salute e benessere “Silhouette Donna” agosto 2018
Proponiamo di seguito un breve riassunto tratto dall’articolo “Seducilo su whatsapp “
“Whatsapp una chat generativa ma anche un luogo virtuale molto frequentato dalle donne quando interessate a qualcuno, comodo perché consente loro di contattare l’altro in qualsiasi momento, di condividere con lui emozioni, immagini e video. Il rischio però è che si crei una finta intimità, una confidenza illusoria che può portare a errori di comunicazione: voi credete di essere espansive, romantiche, disinibite e divertenti, lui invece dopo i primi messaggi non ha più voglia di approfondire la conoscenza. Ecco come evitare allora gli errori più comuni. … “Gli uomini amano comunicare in modo diretto è sintetico” sottolinea la dottoressa Venturini ” donne invece evidenziamo gli aspetti che abbiamo in comune con lui e ci raccontiamo nei minimi dettagli. Magari sul momento, lui può gradire, ma così facendo non lo incuriosiamo: meno diciamo di noi più risulteremo seducenti, mentre non avrà invece molta voglia di chattare se invece abbiamo già risposto a tutte le domande che potrebbe farci “
… NON INVADERE LO SPAZIO
“Dopo poche settimane di frequentazione usate il noi? ” Non è detto lo apprezzi” chiarisce la dottoressa Venturini ” potrebbe percepirlo come invasione di privacy, come anche l’eccessiva condivisione di contenuti: momenti vissuti insieme, canzoni già vostre: il rischio è che la comunicazione diventi unilaterale. Se siete voi a fare tutto domandatevi se state davvero interagendo con lui o sei state cercando di riempire un vuoto.” … Esprimete di meno e ascoltate di più per non perdere di vista chi c’è dall’altra parte del telefono: Solo così potete sintonizzarvi davvero. … ” Occhio ai messaggi del giorno dopo, non esagerate con i complimenti ne chiedetegli subito di fare il bis. Non è vero che bisogna aspettare che sia lui a fare il primo passo, se avete voglia di ringraziarlo per la bella giornata trascorsa insieme fatelo e non reprimetevi. Mandategli immagini divertenti, usate l’ironia per stuzzicarlo e invogliarlo a intrattenere qualcosa che non sia la solita con conversazione. L’ironia è lo strumento utile per mantenere la giusta distanza.”
… IL CORPO NON MENTE, LA CHAT… FORSE
“Attenzione a non dare troppo spazio alla relazione virtuale, spiega la dottoressa Venturini ” gli indici comportamentali e non verbali, servono a strutturare un intimità sana e reale: , tono della voce, gestualità, mimica facciale, contatto fisico. Sulla carta e nella chat non possiamo sapere se quello che lui scrive corrisponde a verità o nel peggiore dei casi potremmo anche mal interpretare.
… “Ogni profilo whatsapp è caratterizzato da una foto e da uno stato di una breve frase: Un errore comune è quello di usare frasi criptiche per veicolare formare in modo subliminale alla persona che ci interessa, errore che di solito si abbina a quello di monitorare mentre i suoi cambi di stato, chiedendosi a chi siano indirizzati. Altro errore quello di cambiare continuamente la foto profilo, come se non trovassimo una nostro equilibrio.” sottolinea la dottoressa Venturini ” lui capirà insicurezza, impulsività, mancanza di autostima. Scegliete piuttosto una foto che vi rappresenti e rinnovatela il meno possibile: l’importante è parlare sempre in modo chiaro e diretto, senza ricorrere a sottili messaggi tra le righe che potrebbero essere non colti e mal interpretati.”
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Intervista della Dottoressa Venturini su “Silhouette Donna” gennaio 2017
La Dottoressa Anna Chiara Venturini, Psicologa Psicoterapeuta a Roma è stata recentemente intervistata sul mensile nazionale di salute e benessere “Silhouette Donna” gennaio 2017
Proponiamo di seguito un breve riassunto tratto dall’articolo “Seduttrice in palestra”
Inizialmente ad appannaggio di uomini intenti a raddoppiare il volume dei propri bicipiti, la palestra si è via via riempita di donne di tutte le età, desiderose di allenarsi e fare qualche nuova conoscenza. “Siamo passati dal fitness al wellnes, dalla ricerca della forma fisica alla ricrca del benessere più globale: le palestre non sono più solo luoghi d’esercizio fisico- sottolinea la doottoressa Anna Chiara Venturini, psicologa psicoterapeuta- sempre più vengono offerti servizi come aree di ristorazione, spa, salottini e aree relax: oasi strappate alla frenesia del lavoro e degli impegni quotidiani, l’ideale per fare incontri interessanti”.
Come ti vesti?
… Come ogni microcosmo sociale che si rispetti, anche in palestra vigono le regole per incontrarsi, farsi notare e sedurre un potenziale partner. L’aspetto e l’abbigliamento sono il primo biglietto da visita e vanno curati senza ricadere nei due estremi: l’ infagottamento e il glamour esagerato…
Il giusto atteggiamento
… La palestra è un circolo che risponde alle regole del gruppo: bisogna comprenderne i meccanismi ed inserirsi in modo graduale: se volete prendere l’iniziativa non fatelo ogni volta con un uomo diverso, nè sommergetelo di chiacchiere intralciando il suo allenamento. “Per non risultare invadenti o bisognose di attenzioni, tenete presente che tra un esercizio e l’altro non ci sono i tempi tecnici per intavolare chissà che tipo di conversazione. Meglio lanciare degli spunti ed attendere che lui, rilanci se interessato, ed eventualmente approfondire”
Corri sul tapis roulant, non dietro a lui
… “Se volete incontrare qualcuno, createvi prima una rete sociale, coltivate nuove amicizie maschili e femminili senza fissarvi su qualcuno in particolare. Non modificate i vostri orari e non stravolgete il vostro planning solo per incontrare qualcuno che vi ha colpito. ùRicordate che anche lui è lì per rilassarsi e fare amicizia: non fatelo sentire braccato. Rispetto ad una vacanza o ad una serata in discoteca, la palestra permette di adottare strategie a medio-lungo termine, quindi rilassatevi e aspettate che le cose vengano spontaneamente , cogliendo le occasioni che si presentano: se vicino a lui c’è un tapis roulant o un attrezzo libero, perchè non approfittarne?” … “Siate spontanee, lasciate una porta aperta e aspettate che sia lui a riprendere il discorso che avete cominciate, magari in un luogo diverso, più intimo”, conclude la psicoterapeuta Venturini.
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Intervista della Dottoressa Venturini su “Silhouette Donna” agosto 2016
La Dottoressa Anna Chiara Venturini, Psicologa Psicoterapeuta a Roma è stata recentemente intervistata sul mensile nazionale di salute e benessere “Silhouette Donna” agosto 2016
Proponiamo di seguito un breve riassunto tratto dall’articolo “La single va in vacanza”
… Il risveglio del corpo.”L’estate predispone agli incontri erotici, complice anche la maggiore esposizione alla luce che attiva neurotrasmettitori e ormoni (responsabili di un innalzamento del tono dell’umore e dei livelli di benessere), ma anche il fatto che prestiamo più attenzione al nostro corpo, tra abbronzatura e abiti leggeri” ricorda la dottoressa Anna Chiara Venturini, psicologa psicoterapeuta a Roma. Aprirsi al nuovo è sempre positivo, ma il tipo di relazione che andremo a creare dipende molto dal nostro atteggiamento…
… Per fare gli incontri giusti vale una sola regola, essere se stessi. “Ci si rilassa,m ci si lascia andare e ci si concede qualche strappo alla regola. Tutto sembra offrire le giuste condizioni per conoscere la persona giusta. Tuttavia, chi è single rischia di avere aspettative troppo alte e troppe ansie.con il rischio di mettere sotto pressione se stesse e al’altra persona.
… Non sarà un’avventura. “Occhio ai segnali dell’altro. Se arrivano comportamenti ambigui, se non si va oltre la condivisione del letto e non si fa cenno ad una progettualità che va al di là della vacanza, non va dato per scontato che il rapporto proseguirà. Tuttavia, quello che spesso non viene considerato è che in realtà, anche noi, una volta tornate, potremmmo renderci conto che la persona scelta non ha poi tute quelle qualità che avevamo intravisto durante la vacanza” continua l’esperta.
Come fare per non prendere abbagli? Il consiglio della dottoressa Venturini è semplice: “quando tornate e qualcosa è andato storto, iniziate a riflettere se magari le vostre aspettative erano eccessive o se siete rimaste vittime delle vostre ansie e insicurezze. Oppure domandatevi se pensavate che lui in realtà cambiasse: difficilmente se avete trovato il farfallone di turno, vi ritroverete a fianco un uomo follemente innamorato di voi dopo due settimane. Infine apritevi con le persone vicine a voi, di sicuro uno sguardo esterno vi aiuterà ad essere più obiettive e a ritrovare anche il vostro equilibrio, complice anche il ritorno alla routine cittadina. ”
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Un’aquila che credeva di essere un pollo: la storia di una ragazza che ha spiccato il volo
Un pò come nel libro di Anthony De Mello “Messaggio per un’aquila che si crede un pollo”, allo stesso modo una ragazza scopre, attraverso la psicoterapia, chi è veramente e la propria strada.
Sono una ragazza che, da qualche settimana, ha compiuto trent’anni.
Non ricordo esattamente quando decisi di intraprendere il percorso psicoterapeutico, non so dire con esattezza il giorno o l’anno, al momento non mi viene in mente, non ricordo. Ricordo, però, che è stato qualche anno fa, forse quattro o cinque all’incirca, so solo che fu dopo l’ennesima delusione sentimentale: avevo una relazione (o almeno credevo di avere) con un uomo molto più grande di
me, narcisista, di cui mi ero innamorata, ma lui in realtà non aveva così tanto interesse per me, ma io ciò non riuscivo a vederlo.
Questa sofferenza fu la cosiddetta “goccia che fece traboccare il vaso”, come si usa dire; in realtà altri fattori, in quel periodo, concorrevano al mio malessere interiore, a farmi sentire inadeguata, “sbagliata”, “sciocca”, sempre fuori posto, ansiosa e triste, nonostante i miei sforzi di rincorrere una perfezione (vana ed effimera, dico oggi).
A ciò dobbiamo aggiungere i miei kg di troppo e un lavoro che non mi soddisfaceva ma che, tuttavia, mi permetteva di avere un piccolo stipendio a fine mese. Per questo lavoro mi spendevo moltissimo, anche se dentro di me sentivo di essere sfruttata dal mio datore di lavoro: ero stanca, incupita e frustrata, ma questo lavoro non avrei osato mai lasciarlo, figuriamoci! Spendevo i miei soldi in
vestiti, scarpe, borse, gioielli, oggetti per essere vista o apprezzata dagli altri; io valevo poco, pensavo, ma le cose che possedevo no.
Inoltre, mi spendevo nel fare molte attività oltre all’università e al lavoro contemporaneamente: volontariato, corsi, lavoretti, riempivo la mia vita non solo di cose materiali ma anche di cose da fare per non prestare ascolto ad un’inquietudine che avevo dentro e che una volta guardata, ascoltata e compresa, mi ha permesso di essere libera e di cominciare ad andare incontro alla mia felicità e non
a quella dettata da altri.
Ad oggi ho lasciato il mio precedente lavoro, l’uomo narcisista e anche altre persone e molte situazioni “nocive”, “insane”, “vuote” che non facevano per me: l’ho fatto per rispetto di me stessa, innanzitutto.
I kg di troppo li ho ancora, dimagrirò un giorno, forse, ma questo è solo l’esterno, l’aspetto esteriore, il vero cambiamento è avvenuto dentro di me, nella mia persona, nella mia essenza più profonda e questo è quanto basta per poter affermare che oggi cerco di vivere una vita più consapevole, “a mi manera” ovvero “a modo mio”, una vita che sento davvero mia.Prima tendevo sempre a paragonarmi agli altri, io che ho da sempre vissuto in un paesino di provincia, dove tutti conoscono tutti, non volevo sentirmi da meno degli altri, dei miei “amici” se così possiamo definirli, da chi mi circondava, e la mia famiglia non mi ha aiutato in questo e in altro, tutt’altro.
Oggi il paragonarmi agli altri mi sembra così assurdo… io sono io e questo nessuno lo può superare. Ognuno di noi ha la sua storia, il suo carattere, il proprio talento e le proprie aspettative, i propri difetti: oggi l’unica persona che voglio superare è me stessa, voglio migliorarmi, vincere le mie paure e iniziare a vivere davvero la vita che voglio per me. Non possiamo rimandare di essere felici,
davvero felici. Non mi riferisco a una felicità fittizia, mascherata, quella del “tutto va bene”, dell’andare avanti senza porsi domande. Domandiamoci cosa ci rende felici e rimbocchiamoci le maniche per cambiare: possiamo iniziare una vita nuova oggi, basta solo decidersi.
Oggi ho anche cambiato gruppo di amici e non evito più discussioni, come facevo un tempo, non resto in silenzio, non mi faccio più andar bene le cose che non mi vanno bene, come ad esempio il mantenere rapporti solo “per facciata” e non ho paura di esprimere la mia opinione, anche se “è fuori dal coro” o potrebbe essere considerata tale.
Oggi sono arrivata ad una consapevolezza straordinaria: ciò che veramente conta è che persona si vuole essere nella vita.
Posso concludere che, a parer mio, la terapia fa miracoli, se si è disposti ad affrontare il cambiamento, a versare qualche lacrima, a “soffrire un po’” e a mettersi in discussione. A tal proposito mi viene in mente la metamorfosi del bruco che diventa farfalla: ecco, se dovessi spiegare la terapia con una metafora lo farei così.
Il mio percorso è stato lungo e alternato a settimane di sedute e a settimane in cui non andavo in terapia, ma non l’ho mai abbandonata, era troppo importante, era una cosa per me. Per me.
Noi stessi siamo le persone con cui passeremo il resto della vita, prendiamoci cura di noi e intraprendiamo questo percorso di vita.Ci tengo a precisare che occorre affidarsi ad un professionista competente: io non potevo trovare di meglio! Oggi ho preso in mano la mia vita grazie anche e soprattutto al supporto che ho ricevuto e a ciò che mi ha trasmesso: nonostante le difficoltà so che dentro di me vi è un’invincibile forza che non mi lascerà subire le situazioni, sarò capace di affrontarle con consapevolezza e coraggio.

Guarire dalla Vulvodinia: uscire dal tunnel è possibile
Il mio percorso terapeutico con la dottoressa Venturini è iniziato nell’ottobre del 2021, subito dopo aver ricevuto una diagnosi di vulvodinia che, come mi spiegò la mia ginecologa, andava curata attraverso un approccio sia farmacologico che psicologico. Aver ricevuto quella diagnosi fu essenziale per me: per molti anni, a causa del pudore e della vergogna che provavo, avevo celato ai miei cari la presenza di questo dolore, e il non sapere di che cosa si trattasse, quale fosse la sua natura, mi induceva sentimenti di angoscia
e di ansia che cercavo a tutti i costi di reprimere, ma che non facevano altro che gonfiarsi. Quando la situazione divenne insostenibile, mi feci coraggio e chiesi il parere di alcune ginecologhe, le quali però non furono in grado di fornire risposte alle mie domande.L’inquietudine si acuiva, mi sentivo come se stessi scalando una montagna nera della quale non riuscivo a vedere la cima, ma ormai ero determinata ad arrivarci. Alla fine sono entrata in contatto con una specialista in vulvodinia, la quale non solo ha riconosciuto il mio disturbo dandogli finalmente un nome, e mi ha anche indirizzato alla dottoressa Venturini. La prima volta che ho visto la dottoressa, ho capito immediatamente che sarebbe stata in grado di aiutarmi. Mi ricordo che mi è bastato guardarla un attimo per pensare: “Con lei sono al sicuro”. La verità è che già da qualche tempo avevo intuito che c’era qualcosa che non andava nel mio approcciarmi alla vita e nel mio relazionarmi con me stessa, ma avevo paura di ammetterlo, avevo paura di confrontarmi con i miei “demoni”, con il mio passato. Una parte di me mi diceva che avevo qualcosa di oscuro dentro, qualcosa di osceno che avrebbe allontanato chiunque da me, e che sarebbe stato giudicato malamente da tutti, compreso un eventuale psicoterapeuta. Ma non è stato così. La dottoressa mi ha accolto con
dolcezza, mi ha ascoltato veramente. Mi sono sentita capita e accettata, e ho pianto, come ho pianto tante volte nel corso dei nostri incontri, poiché grazie a lei sono riuscita ad aprirmi e a sfogare il caos che avevo dentro, una sofferenza che intuivo essere lì, da qualche parte, sepolta nel profondo. Ma io non volevo vederla, non riuscivo a gestirla. Stavo male, e stavo male soprattutto perché non ero in grado di ascoltarmi, di trattarmi con gentilezza e compassione, come invece ha dimostrato di saper fare la dottoressa. Lei mi ha
insegnato che il mio dolore aveva un valore, che andava riconosciuto, lasciato esprimere senza tentare di nasconderlo. Che le emozioni cosiddette “negative” in realtà ci aiutano a renderci conto che c’è qualcosa che non va nella nostra esistenza, qualcosa da cambiare. Che non sono nemiche ma alleate, e che va prestato loro l’orecchio senza criticarle. Io questo non lo sapevo. Mi giudicavo aspramente, credevo di essere sbagliata, “difettosa”, priva di valore. Credevo che le persone si sarebbero allontanate una volta conosciuta la mia intimità, perciò ho indossato una maschera, ho provato ad essere perfetta in ogni modo possibile. La figlia perfetta, l’amica perfetta, la studentessa perfetta, persino la conoscente perfetta. Essere perfetta era un dovere morale, dovevo anticipare i desideri degli altri, soddisfarli, o loro mi avrebbero esclusa, mi avrebbero criticata, mi avrebbero, in un certo senso, violata. Avrebbero violato quei limiti che
così tante volte erano già stati invasi. Non avrei potuto permetterlo in alcun modo, non avrei potuto permetterlo perché non sarei stata in grado di sopportare un’altra ferita, perché ero un’inetta e senza l’amore e l’aiuto degli altri non sarei mai riuscita a sopravvivere da sola. Io ero solo un giocattolo rotto.Oltre a questo, ero convinta che la felicità degli altri dipendesse da me, che fosse mio dovere gestire il loro mondo emotivo. Ogni giorno provavo uno stress intenso, angoscia ed ansia per quasi ogni azione. Non avevo alcun diritto ad essere felice, ma dovevo sacrificarmi per il bene degli altri. Ero cattiva, e meritavo di essere punita, e mi sentivo in colpa se per qualche motivo un mio amico, un mio conoscente, un mio insegnante o miei genitori si sentivano a disagio o non soddisfatti dal mio comportamento. In pratica, il mio vero volere, la vera me stessa, i miei bisogni, desideri, sogni, non erano importanti. E se cercavano di emergere, io li ricacciavo indietro, li assopivo ed inibivo. Utilizzavo lo studio come strategia di evitamento. Questo era lo stato in cui mi trovavo quando ho iniziato la psicoterapia, e la vulvodinia era in parte generata dalla somatizzazione di tutto questo. Ma io ero animata dal desiderio di modificare questa situazione, lo volevo tantissimo perché ero stata male per troppo tempo. Ho seguito alla lettera tutti i
consigli e i discorsi che mi ha fatto la dottoressa, ho riflettuto, mi sono impegnata perché, in fondo a tutto questo ammasso di angoscia e turbamento che provavo, pompava fortissimo, come fosse un cuore, l’amore che provavo per me stessa. È stato quello a farmi andare avanti così decisa, ed è sgorgato sempre più fluentemente man mano che la terapia avanzava. Innanzitutto, la dottoressa mi ha fatto capire che la felicità degli altri non dipendeva da me, ma che ognuno aveva la responsabilità di gestire il proprio mondo emotivo. In secondo luogo, ho realizzato che prendermi cura di me non è un atto egoistico nei confronti degli altri, ma un atto d’amore nei miei confronti.La mia crescita personale, il mio benessere e la mia salute sono diventati, da allora, il mio valore principale. Mi sono resa conto di avere il diritto di star bene, di evolvere e di esplorare il mondo. Poi ho messo in discussione il rapporto con la mia famiglia e tutte le dinamiche familiari, comprendendo che alcune di esse erano disfunzionali e che da esse dipendeva il mio disagio, ma che allo stesso tempo avevo acquisito la forza per cambiarle. Ho imparato a validare da sola i miei sentimenti e ad esprimermi quando qualcosa non mi sta bene. Mi sono emancipata dalla figura della figlia perfetta che credevo che i miei genitori volevano che fossi. Grazie ad uno strumento
che mi ha fornito la dottoressa, ora so individuare i miei pensieri sabotanti, so lasciarli sfogare, dar loro un nome, calmarli e razionalizzarli, in modo tale da tornare in uno stato emotivo di benessere. La cosa migliore è che so farlo in autonomia, e questo mi permette di sentirmi sempre al sicuro, perché nessuna spirale di pensieri disfunzionali potrà più trascinarmi nello stato di profondo disagio esistenziale in cui mi trovavo nei primi tempi della terapia. Mi ricordo che il momento più difficile di tutti è stato a Gennaio del 2022, quando entrai in una relazione tossica che mi portò al limite. Nella fase peggiore mi sembrava di impazzire, la mia ansia, da sempre molto alta, era arrivata alle stelle, e mi sentivo molto distante dalla realtà, come se i suoni e gli oggetti intorno a me appartenessero ad un’altra dimensione. Ero in trappola, e l’unica cosa che volevo era scappare dalla mia testa, fuggire dal mio corpo che in realtà mi stava lanciando dei segnali incontrovertibili, mi stava dicendo di lasciare quella persona, di scegliere l’amore per me piuttosto che la fedeltà verso di lei. Descrissi alcune delle dinamiche che intercorrevano tra me e la mia partner alla dottoressa, e lei mi fece notare che non erano sane, e mi consigliò di fare attenzione. Alla fine fui io a prendere la decisione: realizzai che quella ragazza non era quella giusta per me e la lasciai, fuoruscendo finalmente da quell’incubo. Non fu facile, ma apprezzo molto come la dottoressa abbia trattato con delicatezza l’argomento, dimostrandomi che aveva fiducia in me senza affermare esplicitamente che avrei dovuto lasciarla. Se le cose fossero andate così, quella decisione sarebbe stata la sua, e non la mia.La dottoressa mi ha aiutato a riconnettermi con me stessa e a distendere i rapporti con i miei familiari unendo la terapia EMDR alla Schema Therapy, strabiliandomi per le capacità che aveva la mia mente, se aiutata e facilitata, di guarirmi. Grazie a queste tecniche, e all’EMDR in particolare, ho potuto elaborare traumi importanti che erano stati alla base del mio approccio disfunzionale nei confronti di me stessa, degli altri e del mondo, e, ora che la psicoterapia è finita, mi sento finalmente fiduciosa, leggera, aperta alle possibilità che la vita mi offre. Dopo poco meno un anno di terapia, ad oggi posso dire che, mentre prima avevo paura di prendere un treno, a breve invece intraprenderò il mio primo viaggio all’estero in solitaria, e invece di provare ansia nutro un forte entusiasmo. La vulvodinia è guarita, sono felice, mi sento molto più vicina al mio vero Sé, e ai fini di ciò è stato fondamentale l’aver imparato a comunicare con me stessa con amorevolezza ed equilibrio.
Quest’ultimo è senza dubbio l’insegnamento più grande che la dottoressa m’abbia dato, e perciò la ringrazio per essere l’eccezionale professionista che è e per avermi aiutato a trovare dentro di me queste incredibili risorse e a farne tesoro. Tutti possono imparare ad amarsi, e per questo motivo invito chiunque ad intraprendere un percorso psicoterapeutico per migliorare la qualità della propria vita, e a farlo senza esitare, perché non c’è un mostro dentro di noi, come io all’inizio pensavo, ma solo un bambino che vuole emergere e correre gioiosamente verso la vita, e che ha bisogno che noi lo prendiamo per mano e che iniziamo a correre insieme a lui.
Insonnia: uscire dal tunnel dei pensieri che tolgono il sonno, si può!
“Mezzanotte e quindici. No,venerdì e un quarto. La sveglia sta ancora suonando, solito ritardo. Serro i denti davanti allo schermo, e ascolto, a stomaco stretto, l’acido su fino alle labbra. Sullo sfondo, un mio voto: “Sei domani quello che fai oggi”. Me lo volevo tatuare, ma niente. “Non c’è nulla di nobile nell’essere superiore a un altro uomo. La vera nobiltà sta nell’essere superiore alla persona che eravamo
fino a ieri”. La sua versione tenera, sdolcinata e dolcemente ripetuta dalla voce calda di un film a lieto fine.
Scorro. Non manca niente, ora sta a me. Sta solo a me, faccio a modo mio. L’importante è fare. Le parole? Non è il mio mondo. Strappo quel vecchio foglio appeso di sbieco e sfioro il timbro dello scotch sul muro; ha fatto il suo dovere. Ancora odore di cartuccia, le righe si riempiono, il bianco diventa nero, vero come quello sfondo, solo nel mio grattacielo, sorrido : a cosa serve il cuore?.
L’eccitazione del dovere, una strana perversione. Lancio un ultimo sguardo al soffitto e sotto le coperte tremo la mia ninna nanna.
“Sei indietro, devi recuperare”. Chiudi gli occhi. “Non sei come gli altri, non devi mollare”. Svuota la testa. “Devi addormenarti”. Cresci, andiamo.
“Buonanotte”Mi sono sempre considerato padrone del mio destino ,capace di raggiungere qualsiasi obiettivo mi fossi preposto .Perche? Non ricordo qual’è stato quel preciso momento, la catena consequenziale che lo ha attirato o il battito di emozioni che lo ha acceso. A un certo punto era li. D’altronde, in me, ho sempre avuto un po’ di presunzione; quel tipo di presunzione che ti spinge a voler controllare tutto, dalle più
piccole azioni della vita ai sentimenti piu profondi. Ti attanaglia,e solo quando ne sei sopraffatto, nel chiasso tra il volere e il riuscire, impari ad abbassare la testa.
Convinto di saperne più degli altri, credevo che i limiti fossero alibi, magari veritieri, di una pigra paura di fallire e la sopportazione fisica, una variabile infinitamente proporzionale alla voglia di mettersi in gioco. Il corpo, in se, rimaneva un fantoccio da programmare, un pugile da incasso che illuso dal giusto secondo, non avrebbe mai toccato terra. La forza di volontà? Un nobile alleato che non conosce muri
troppo alti o salite troppo ripidi. D’altro canto, cosa si può pretendere da un ragazzino che ha passato l’adolescenza tra filmati di crescita personale e spirito di abnegazione? Il lavoro è l’unico biglietto per la felicità, e alla resa dei conti, pensavo, ogni piccolo sacrificio farà la differenza tra te e qualcun altro.
Non ci sei riuscito? Non hai fatto abbastanza, non hai dato abbastanza. Questi pensieri erano la mia ancora. Formatisi su un carattere competitivo-ossessivo, avevano trovato le condizioni ideali per prosperare ed estremizzarsi, e ora, mi tenevano al guinzaglio; costretto in un piccolo punto d’oceano, l’ancora era diventata zavorra e mi stava portando affondo.
Le giornate andavano avanti in un grigio tran tran scandito da sveglie e routine , un matrimonio di conti alla rovescia dove le relazioni avevano le lancette e le emozioni il naso lungo. Cercavo di ritagliare tempo ovunque : i pasti, il sonno, le uscite, i pensieri; le più stupide attività quotidiane erano clessidre e cronometri di un castello di sabbia costruito troppo a riva.
In un ritornello di devi e dovevi, il tempo, poco, trascorreva in fretta, e anche lo svago, scientificamente sedato e svuotato della sua essenza, era diventato un dovere, ridotto a pillola per bocca da prendere per tirare avanti, per recuperare energia. E io, come un bambino a cui ridanno il giocattolo troppo tardi e non lo vuole più, ormai ne avevo dimenticato il piacere, e dietro le sbarre della mia presunzione, giocavo, a contare i numeri cercando di finirli ,finche’, l’ostinazione, annoiata, è divenuta perversione.
Non studiavo più per un fine, ma per studiare di più del giorno prima; Non uscivo più per piacere, ma per dimostrare ;Non piangevo più per sfogare ,ma per l’estasi di non esserne toccato. Mi stavo annodando una corda al collo, e, preso dal gioco, tanto più la stringevo, tanto più volevo stringerla.
Nero.
“Piove?”……..
Scuoto la testa…..
Occhi……..”ho gli occhi aperti.”……
…..sento la pioggia……”da quanto sto cosi?”….…..sbadiglio…….
Nero. Nero! Nero!!
….la testa……..
Mi giro e tocco lo schermo. Possibile?…..Stringo le coperte; mi tiro su. Silenzio.
Un brivido. I respiri dalle camere, un po’ di vento.
Non sono stanco. Non sono riposato
Sbadiglio. Sbadiglio.
Mi sdraio.“non dormi?”
“non dormi?!”.”Svuota la mente.”
“Ora mi addormento”. “Non pensare.”
“Ci devi riuscire”.
Mi giro. Respiro.
“Devi addormentarti”. “Devi dormire”.
I battiti. Respiro. Respiro.
“Dormi!”.
Respiro. Lo stomaco.
“Cambia la sveglia!”.Accendo la luce. Sensi di colpa. Sensi di colpa.
Prendo il computer. Niente. Di nuovo niente. Un libro, scorro le pagine. Aspetto. Aspetto. Chiudo gli
occhi. I battiti. I battiti. Respiro. Ancora una riga. Ancora una riga. Mi alzo.
Sono solo?
la bocca secca….
“controllati, controllati!”….
“Ricordati chi sei”…..”ricordati”
Forza di volontà….
“Non mollare”.Forza di volontà.
“Ce la devi fare”.
Forza di volonta’ …
Mi serve acqua.Nero.
Ho bisogno di silenzio. Perchè va tutto a scatti? Perchè non c’è nessuno? Seduto sul materasso, nascondo le mani tra le gambe. Nascondo le occhiaie tra le lacrime. Alzo la serranda, sta piovendo.
Ho perso.“Come va?”, “Hai dormito?”. A volte basta un gesto d’affetto per farti sentire commiserato, e io, che di normalità non ne avevo mai voluto sapere, ora, sentivo che la sua mancanza mi faceva stare male. Ero arrivato al capolinea, avevo perso ogni controllo su di me, soffocato dal rifiuto di immaginarmi diverso e divorato dall’incubo dei miei primi limiti. La città di certezze, che avevo costruito su un quadro
di cui non avevo mai apprezzato la bellezza, ne aveva bucato la tela, e ora, stringevo la cornice. Nella presunzione di potere, avevo venduto ad un saro’ il mio essere , e patetico, mi trascinavo nell’ossessione di ritrovare il tasto di riavvio, pittore improvvisato senza saper scarabocchiare. Sospeso sopra il baratro di un collasso, terrorizzato dal sentirne il sospiro, mi aggrappavo con tutte le forze alla speranza di tirarmi su e alla paura di cadere a fondo.
Ormai fuori controllo, avevo provato ogni tipo di rimedio medico. Cavia da supposte per il sonno, avevo ingoiato illusioni su illusioni ,e disilluso, andavi avanti per effetto placebo, ritratto vivente di un sonnambulo sotto dose.
Avevo bisogno di aiuto.Chi siamo: noi stessi o chi vogliamo essere?
Ricordo di presentarmi cosi. Da sempre la mia domanda retorica. Giudizio sociale? Il problema è come giudichi te stesso. Per quanto mi riguarda, era la paura minore. Non era la prima esperienza, ma la prima volta che la decisione partiva da me. Mi ero imposto un unico
vincolo: Fiducia. Per come ho sempre affrontato le situazioni, il primo passo per riuscire in qualcosa è crederci: che sia in te, a chi ti affidi o di chi ti fidi. Almeno all’inizio; non partire prevenuto, dare tempo, poi, tirare le somme. Non volevo affrettare di nuovo, un mio classico.
Le sensazioni furono da subito positive. Un approccio pratico, non melodrammatico e non invasivo, chenon metteva in soggezione, non richiedeva nessuna accettazione di verità sconosciute, ma presentava più corsie all’interno di un metodo generale, e proponeva la possibilità di valutarle insieme, per trovare il percorso più adatto e conforme alle necessita’. Mi sono sentito subito a mio agio. Da persona che ha sempre apprezzato il pregio di essere diretti in certe dinamiche, ero rassicurato dalla trasparenza degli
argomenti; non si promettevano miracoli, ma un programma definito da seguire a piccoli passi. In più, notavo con piacere, che la problematica non era sminuita: ma considerata in una prospettiva professionale che conciliava come io l’avvertivo e la sentivo addosso con il punto di vista di un occhio competente, in un giusto equilibrio tra empatia e razionalità.Infatti, nel mio trascorso, il più grande scoglio da paziente, è rendersi conto che la maggior parte delle volte il nostro caso non e’ poi cosi
diverso da altri; abbiamo la tendenza di considerarci primi episodi di patologie sconosciute, medici di noi stessi con inclinazioni apocalittiche, consumiamo il nostro lato psicologico e le nostre facoltà di giudizio. In questa altalena di orgoglio e sconforto, nascondiamo solo il bisogno di sentirci presi a cuore, e in questa chiave, l’escamotage per una fiducia ritrovata è stata proprio la costante percezione di non essere trascurato nella mia unicità, e contemporaneamente sentirmi inserito in un quadro generale costruito sull’esperienza della professione.
Terapia cognitivo-comportamentale, questo il nome del ramo della psicologia pratica che si occupa di problemi come l’insonnia, gli attacchi di panico e i disturbi d’ansia in generale.
L’inizio del trattamento prevede l’osservanza di due percorsi paralleli. In primis, dei piccoli interventi immediati, semplici abitudini e mini-compitini, che hanno l’intento di apportare dei lievi ma rapidi miglioramenti. In seguito, si cerca di delineare un profilo, una storia, una mappa che in qualche modo possa aiutare nella comprensione delle cause, delle ragioni all’origine di questa reazione.
Ognuno di noi, nel corso della sua vita, sviluppa, al netto di alcuni fattori, un determinato modo di rispondere a certi stimoli; ovvero, una serie di pensieri automatici, di risposte incondizionate, che, nascoste nel nostro subconscio, ci accompagnano nelle scelte di tutti giorni; formano il nostro modus operandi, la prassi con cui affrontiamo le diverse situazioni a cui siamo soggetti.
Persone differenti, pensieri differenti; niente di nuovo, niente di preoccupante. Il brutto arriva, se, come nel mio caso, certi pensieri prendono completamente il sopravvento su tutti gli altri, in una sorta di totalitarismo senza libertà di parola , e conquistano, anche meritatamente, il fondato appellativo di “distorsioni cognitive”. Un riassunto, detto in breve e a grandi linee.
Io, nel mio specifico, ho trovato fin dai primi incontri, dei piccoli, graduali progressi, che, presi a sè stanti, non rappresentavano nulla di straordinario, ma nella circostanza della mia situazione, ai miei occhi senza speranza, significavano una piacevole iniezione di autostima in un momento tutto nero. Individuati i pensieri nocivi, il lavoro più faticoso, soprattutto da un punto di vista emotivo, è quello di tirar fuori la convinzione necessaria per cercare di limarli, ammorbidirli, farli diventare elastici, democratici, sempre mantenendo la premura di eliminare i difetti conservando i pregi. Questi schemi mentali attraverso cui noi interagiamo, definiscono infatti un po’ la persona che siamo, e l’ipotesi di un eventuale distacco ci tocca, ci intimorisce e come per tutti i cambiamenti, abbiamo bisogno di tempo per
accettarlo. La verità, è che, in un certo senso, bisogna confessare a noi stessi di non essere perfetti, di aver sbagliato, magari senza accorgercene, ma abbiamo imboccato una strada chiusa, e invece di incolpare il nostro corpo per non aver remato controcorrente, dovremmo ringraziarlo, per averci coperto le spalle, ed averci avvisato prima che la situazione peggiorasse.
Mettere queste cose nero su bianco aiuta, sempre. Qualunque sia il problema, scriverlo è il primo passo per prenderne coscienza, per dedicargli il tempo che si merita. Non avevo mai considerato questa virtu’. Angosciato dai miei ritmi incalzanti, non mi preoccupavo di ritagliare un pò di spazio per un’ attività che mi sembrava superflua e prolissa, credendo di poter risolvere tutto tra le righe della mia testa; ma la mente è troppo sfuggente e complessa, e anche lei, di tanto in tanto, ha bisogno di specchiarsi per vedere i propri
difetti. Stavo imparando che non possiamo controllare e prevedere ogni cosa : il tempo, il sonno, i pensieri tuoi, i pensieri degli altri e la maggior parte delle sfumature della nostra vita, sono, per noi, fuori portata. E’ stupido stargli appresso. Per quel che vale, ricordiamoci di dedicare le nostre energie per render felici chi siamo, ora, in questo momento, o chi vogliamo essere domani.
Trascorsi un paio di mesi, avevo recuperato uno stile di vita accettabile ed una serenità appagante; le mie notti, seppur sempre agitate, iniziavano ad essere più indulgenti, e regalavano a volte, anche mareggiate di sonno profondo. Ormai avevo accettato di essere stonato, e avevo imparato ad ascoltare, ad ascoltarmi, e con orecchio diverso, percepivo, nelle ricadute che si presentavano, la vecchia pretesa di
cantare fuori dalla mia ottava; i fantasmi della mia presunzione.
Sirena delle sirene nel mio ego, l’insonnia, in un tempo sorprendentemente breve, era passata da boia ad
amica; quell’amica che ti sgomita di nascosto quando stai parlando troppo, e che all’inizio non riesci a
sopportare, mentre ora ci giri a braccetto.
Ed io, distolto lo sguardo dalle mie lancette, avevo trovato un orologio interno, che forse, dimenticato così a lungo su una frequenza sbagliata, si era arruginito e non mi faceva piu dormire.Ad oggi, se da un lato, complice il mio vecchio fuso orario, provo ancora nostalgia per come mi ricordo, guardo ammirato e felice come e’ bella la tela, riparata, del mio vecchio quadro. Ed e’ vero, probabilmente la copia non sarà mai l’originale, ma porta con sè un nuovo pregio: se si buca, la so ricostruire.
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Vulvodinia: cause biologiche e fattori psicologici. Quanto conta la mente
A cura della Dottoressa Anna Chiara Venturini, psicologa psicoterapeuta a Roma.Dolore cronico a carico della vulva, bruciore, sensazione di abrasione e dolore durante il rapporto sessuale: la vulvodinia è una patologia ginecologica frequente ma la cui diagnosi non è sempre tempestiva. Molte ragazze e giovani donne arrivano, infatti, ad aver chiaro il quadro sindromico dopo anni di cistiti, candide e dispareunia ( dolore durante il rapporto sessuale): sintomi spesso intermittenti e transitori, considerati di natura psicosomatica e pertanto portati avanti nel tempo. Al di là del riconoscimento di una eziologia biologica, esistono una serie di fattori psicologici predisponenti, precipitanti e di mantenimento del disturbo che ne determinano il persistere e l’eventuale difficoltà di trattamento in base al livello di cronicità. Vediamoli nell’ordine.Fattori predisponenti: chi può manifestarla e perchéPer quanto concerne gli elementi psicologici che favoriscono l’insorgenza della vulvodinia, possiamo riscontrare traumi T come abusi, violenze, aborti, raschiamenti interventi chirurgici nell’area genitale. Quest’ultima e in particolar modo il pavimento pelvico, risentono della tensione accumulata nel tempo. A seguito di un evento/stimolo stressante (stressor) si innesca una risposta di allarme che tende tuttavia a permanere ( a causa dei fattori di mantenimento), determinando un ipertono del pavimento pelvico, uno stato infiammatorio prolungato e una iperstimolazione delle terminazioni nervose deputate alla percezione del dolore. La risposta di allarme si ha però, anche in presenza di traumi non legati all’incolumità fisica (t), ma che chiamano in causa una strategia di fronteggiamento disfunzionale. Perfezionismo, inibizione e congelamento emotivo, evitamento attivo (legato alla paura di provare nuovamente dolore), sono alcune delle modalità con cui la donna cerca di affrontare la situazione stressante. Questo comporta spesso un aumento di dopamina, cortisolo e noradrenalina: neurotrasmettitori che in caso di stress elevato e/ ho prolungato determinano l’insorgenza di sintomi ad esso correlati.Fattori precipitanti: perché proprio ora.Come detto in precedenza, si arriva alla diagnosi di vulvodinia dopo diverso tempo: molto spesso la donna porta avanti rapporti dolorosi fino ad evitarli poi totalmente. Cistiti, candide e sensazioni di avere spilli o aghi nella zona vulvare, percezione di sfregamenti e abrasioni indipendentemente dalla lubrificazione durante l’atto sessuale: a volte per anni se ne ignora la causa primigenia ed è inizialmente difficile risalirvi. Tuttavia una domanda può essere di aiuto: cosa è accaduto nei due anni precedenti? In quel caso potremmo rintracciare l’evento precipitante che nei due anni successivi ha determinato la risposta di stress: cambio di lavoro o di ambienti di vita, o addirittura l’inizio di una relazione felice, oltre ai traumi T precedentemente menzionati. Questi elementi richiamano ovviamente tutte le risorse necessarie ad un adattamento una condizione che può risultare più ostica del previsto per persone con tratti ansiosi o orientate al risultato.Fattori di mantenimento: cosa la alimenta nel tempoIn questo caso entrano in gioco le determinanti sociali e culturali riguardo religione, educazione sessuale, identità di genere e ruoli nella coppia. Schemi copioni e credenze apprese in famiglia e nella società condizionano infatti, la libertà espressiva dell’affettività e dell’emotività individuale e di coppia, fino a influenzare un sano approccio alla sessualità.Come intervenireVista la poliedricità dei fattori è necessario un approccio multidisciplinare con più figure professionali capaci di intraprendere percorsi integrati e volti alla presa in carico globale della donna. Da un punto di vista psicologico, un percorso psicoterapeutico richiede un intervento più livelli dando priorità ai traumi T e ai fattori di mantenimento per poi arrivare a indagare le cause primarie che rimandano alla storia di vita e alla struttura di personalità di ciascuna donna.È importante ricordare che la manifestazione di un sintomo è il tentativo di adattamento ad una condizione di cui a volte si sottovaluta l’impatto emotivo: tentativo non funzionale che però è il solo che la persona riesce ad adottare in quel momento con le risorse di cui dispone.Potrebbero interessarti anche:
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Questo articolo è presente anche nel sito della ginecologa Dottoressa Cinzia Pajoncini, esperta di vulvodinia e dolore cronico pelvico, al link https://lamiaginecologa.com/vulvodinia-tra-psicoterapia-e-occasione-di-rinascita/
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Vulvodinia: il dolore durante il rapporto sessuale e la componente psicologica
A cura della Dottoressa Anna Chiara Venturini, psicologa psicoterapeuta a Roma.Chi è la donna che soffre di Vulvodinia:
La paura di provare dolore, la paura di bloccarsi durante l’atto sessuale, la vergogna di sentirsi sbagliate e “non funzionanti”. Queste sono tra le più comuni emozioni che le donne con vulvodinia sperimentano, unitamente ad un profondo senso di sconforto e smarrimento dovuto alle molteplici e diverse diagnosi avute nel tempo. Di frequente sono “congelate” dal timore di non ritrovare la propria femminilità e la propria vita sessuale e difficilmente sanno a cosa ricondurre la comparsa dei sintomi. Spesso sono “sopravvissute” a eventi dolorosi e spaventosi, oppure portano con loro vissuti di ansia e panico a cui fa da eco un controllo costante del quotidiano, di cui difficilmente percepiscono gli effetti negativi.La componente psicologica quanto e come incide
In un primo momento è necessario chiedersi: A cosa sono sopravvissute? Da cosa fuggono oggi? Di chi portano il peso? Frequentemente sono infatti donne iperesponsabilizzate, adultizzate sin da piccole e che hanno dovuto inibire le proprie emozioni per potersi adattare ad un contesto di vita difficile. Ci sono stati episodi che hanno coinvolto la loro incolumità fisica? Aborti, violenze, parti difficili? Come hanno reagito? Cosa è successo intorno a loro?
Sono maestre di straordinaria forza, eppure spesso ne pagano un caro prezzo sviluppando in contemporanea patologie come endometriosi, fibromialgia o malattie autoimmuni: portate a sacrificarsi per l’altro e ad allontanarsi da sé stesse e dai loro bisogni emotivi che spesso fanno anche difficoltà a conoscere e riconoscere. Lo hanno appreso come modello familiare o è stata una risposta condizionata dall’ambiente? La raccolta della storia di vita e dei traumi T (riguardanti la minaccia della propria incolumità) si affianca alla valutazione dell’impatto dei sintomi sul quotidiano. Spesso la paura di provare nuovamente dolore durante il rapporto é lo scoglio più grande: tecniche cognitivo comportamentali unitamente a tecniche di rilassamento e mindfulness permettono una migliore gestione del sintomo attraverso la regolazione della tensione muscolare: questo primo elemento permette alla donna di tornare a sentirsi efficace e non in balia delle imprevedibile.Il passo successivo viene poi valutato come obiettivo condiviso: in caso di traumi T la tecnica EMDR permette di lavorare sulla risposta post traumatica fino a completa elaborazione dell’accaduto. Nell’ eventualità di dinamiche di coppia non funzionali, si adottano interventi mirati ad una comunicazione efficace ed eventualmente al ripristino di una intimità e complicità di coppia. Nel caso invece di eventi stressanti che perdurano e a cui è necessario far fronte (cambio di lavoro, nuovo stile di vita, nuova relazione su cui si sta investendo molto emotivamente o fine di una relazione disfunzionale) le strategie utilizzate prevedono una miglior gestione dello stress e delle risposte emotive, sviluppando nuove modalità di decompressione emotiva e incentivando le risorse della persona. In questo caso si interviene in prima battuta sul riconoscimento dei bisogni emotivi e sul loro soddisfacimento (limiti sani, esplorazione, rispecchiamento emotivo in primis), per passare poi allo sviluppo delle abilità assertive che permettono rapporti equilibrati come anche ruoli e responsabilità definite all’interno delle relazioni.Collegare bisogni ed emozioni, nominarli, validarli, significa iniziare a sentire nel profondo e a stabilire limiti sani per la propria identità.
Autostima: il racconto di una rinascita
Sono una ragazza che, da qualche settimana, ha compiuto trent’anni.
Non ricordo esattamente quando decisi di intraprendere il percorso psicoterapeutico, non so dire con esattezza il giorno o l’anno, al momento non mi viene in mente, non ricordo. Ricordo, però, che è stato qualche anno fa, forse quattro o cinque all’incirca, so solo che fu dopo l’ennesima delusione sentimentale: avevo una relazione (o almeno credevo di avere) con un uomo molto più grande di
me, narcisista, di cui mi ero innamorata, ma lui in realtà non aveva così tanto interesse per me, ma io ciò non riuscivo a vederlo.
Questa sofferenza fu la cosiddetta “goccia che fece traboccare il vaso”, come si usa dire; in realtà altri fattori, in quel periodo, concorrevano al mio malessere interiore, a farmi sentire inadeguata,“sbagliata”, “sciocca”, sempre fuori posto, ansiosa e triste, nonostante i miei sforzi di rincorrere una perfezione (vana ed effimera, dico oggi).A ciò dobbiamo aggiungere i miei kg di troppo e un lavoro che non mi soddisfaceva ma che, tuttavia, mi permetteva di avere un piccolo stipendio a fine mese. Per questo lavoro mi spendevo moltissimo, anche se dentro di me sentivo di essere sfruttata dal mio datore di lavoro: ero stanca, incupita e frustrata, ma questo lavoro non avrei osato mai lasciarlo, figuriamoci! Spendevo i miei soldi in
vestiti, scarpe, borse, gioielli, oggetti per essere vista o apprezzata dagli altri; io valevo poco, pensavo, ma le cose che possedevo no.
Inoltre, mi spendevo nel fare molte attività oltre all’università e al lavoro contemporaneamente: volontariato, corsi, lavoretti, riempivo la mia vita non solo di cose materiali ma anche di cose da fare per non prestare ascolto ad un’inquietudine che avevo dentro e che una volta guardata, ascoltata e compresa, mi ha permesso di essere libera e di cominciare ad andare incontro alla mia felicità e non
a quella dettata da altri.
Ad oggi ho lasciato il mio precedente lavoro, l’uomo narcisista e anche altre persone e molte situazioni “nocive”, “insane”, “vuote” che non facevano per me: l’ho fatto per rispetto di me stessa, innanzitutto.
I kg di troppo li ho ancora, dimagrirò un giorno, lo so, ma nel frattempo so che questo è solo l’esterno, l’aspetto esteriore.
Il vero cambiamento è avvenuto dentro di me, nella mia persona, nella mia essenza più profonda e questo è quanto basta per poter affermare che oggi cerco di vivere una vita più consapevole, “a mi manera” ovvero “a modo mio”, una vita che sento davvero mia.Prima tendevo sempre a paragonarmi agli altri, io che ho da sempre vissuto in un paesino di provincia, dove tutti conoscono tutti, non volevo sentirmi da meno degli altri, dei miei “amici” se così possiamo definirli, da chi mi circondava, e la mia famiglia non mi ha aiutato in questo e in altro, tutt’altro. Oggi il paragonarmi agli altri mi sembra così assurdo: io sono io e questo nessuno lo può superare.
Ognuno di noi ha la sua storia, il suo carattere, il proprio talento e le proprie aspettative, i propri difetti: oggi l’unica persona che voglio superare è me stessa, voglio migliorarmi, vincere le mie paure e iniziare a vivere davvero la vita che voglio per me. Non possiamo rimandare di essere felici, davvero felici. Non mi riferisco a una felicità fittizia, mascherata, quella del “tutto va bene”,
dell’andare avanti senza porsi domande. Domandiamoci cosa ci rende felici e rimbocchiamoci le maniche per cambiare: possiamo iniziare una vita nuova oggi, basta solo decidersi.
Oggi ho anche cambiato gruppo di amici e non evito più discussioni, come facevo un tempo. Non resto in silenzio, non mi faccio più andar bene le cose che non mi vanno bene, come ad esempio il mantenere rapporti solo “per facciata” e non ho paura di esprimere la mia opinione, anche se “è fuori dal coro” o potrebbe essere considerata tale.Oggi sono arrivata ad una consapevolezza straordinaria: ciò che veramente conta è che persona si vuole essere nella vita.
Posso concludere che, a parer mio, la psicoterapia fa miracoli, se si è disposti ad affrontare il cambiamento, a versare qualche lacrima, a “soffrire un po’” e a mettersi in discussione. A tal proposito mi viene in mente la metamorfosi del bruco che diventa farfalla: ecco, se dovessi spiegare la terapia con una metafora lo farei così.
Il mio percorso è stato lungo e alternato a settimane di sedute e a settimane in cui non andavo in terapia, ma non l’ho mai abbandonata, era troppo importante, era una cosa per me. La mia terapeuta lo sapeva e sapeva che avevo bisogno di imparare a fidarmi di me, anche attraverso questo.
Noi stessi siamo le persone con cui passeremo il resto della vita, prendiamoci cura di noi e intraprendiamo questo percorso di vita.
Ci tengo a precisare che occorre affidarsi ad un professionista competente: io non potevo trovare di meglio! Oggi ho preso in mano la mia vita grazie anche e soprattutto al supporto che ho ricevuto e a ciò che mi ha trasmesso: nonostante le difficoltà so che dentro di me vi è un’invincibile forza che non mi lascerà subire le situazioni, sarò capace di affrontarle con consapevolezza e coraggio.Potrebbe anche interessarti
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Sono una ragazza che, da qualche settimana, ha compiuto trent’anni.
“Mezzanotte e quindici. No,venerdì e un quarto. La sveglia sta ancora suonando, solito ritardo. Serro identi davanti allo schermo, e ascolto, a stomaco stretto, l’acido su fino alle labbra. Sullo sfondo, un mio voto: “Sei domani quello che fai oggi”. Me lo volevo tatuare, ma niente. “Non c’è nulla di nobile nell’essere superiore a un altro uomo. La vera nobiltà sta nell’essere superiore alla persona che eravamo