I giorni dell’abbandono: come reagire e superare il trauma delle separazioni

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A cura della Dottoressa Anna Chiara Venturini, psicologa psicoterapeuta a Roma.

Le separazioni fanno sempre male, sono lutti che ci troviamo nostro malgrado ad elaborare, traumi dolorosi soprattutto se siamo noi ad essere abbandonati. Alcuni reagiscono minacciando il suicidio, altri iniziano a perseguitare l’ex amato, altri ancora invece soffrono attraversando il dolore e lasciandosi attraversare da esso perché il dolore c’è, esiste ed è innegabile. Tuttavia non sempre chi ci è accanto è in grado di reggere questo dolore: alcuni si defilano, altri pronunciano frasi di circostanza- Non ci pensare! Vedrai che passerà, datti tempo! Morto un papa…. – col risultato che ci si sente sempre più soli, più incompresi e più confusi. Si sa e si sente che sono frasi di chi sta bene, di chi non sta soffrendo come noi l’angoscia dell’abbandono e della separazione, e che sortiscono l’effetto contrario, ci fanno arrabbiare e ci rendono ancora più tristi e soli.   Quando si viene abbandonati viene minata la sicurezza personale, e per un attimo la propria identità viene messa a soqquadro: “E’ colpa mia, ho sbagliato io, cambierò se è questo quello che vuole!”, senza mettere minimamente in discussione l’agito dell’altro, come se di certo, se sia è abbandonati, è perché lo si è voluto e meritato. Si entra così nella fase di separazione-frustrazione: l’unione è andata in frantumi, con essa molte delle proprie certezze e si “subisce” la situazione di abbandono. Nessuno sembra in grado di aiutarci a far fronte e il peso del dolore sembra tutto sulle nostre spalle: non neghiamo allora l’evidenza e parliamo col nostro dolore, usiamolo per capire e capirci, trasformiamo l’abbandono in separazione attiva, facendo una corretta analisi della situazione per comprendere cosa davvero è accaduto, senza darsi né dare la colpa ma soffermandosi ad analizzare le dinamiche spesso malate e consolidate che hanno portato alla rottura. Poche volte ci si chiede -Dove ho sbagliato? In cosa ho contribuito?- ci si limita a dire è colpa di…, evitando qualsiasi elaborazione consapevole perché, la nostra educazione basata sul giudizio e sulla critica, impedisce una piena consapevolezza dei fatti: comprendere perché lui/lei ci ha tradito o se ne è andato  può essere un’occasione di crescita personale e un modo per riacquistare  la propria sicurezza. Dopo un simile lavoro si dovrebbe arrivare ad essere in grado di dire: il rapporto è finito per X motivi,io ho contribuito Y e lui K, in cosa posso migliorare io? Perché ricordiamocelo, il lavoro lo possiamo fare solo su noi stessi, non possiamo pretendere di cambiare una persona, ancor più se questa ha chiaramente “declinato l’invito”. Iniziamo allora a riprenderci in mano la nostra vita, e perché no, magari osservando qualche piccolo consiglio tra questi:

  • Concediamoci il nostro periodo di tempo per attraversare il lutto: ognuno ha tempi propri ed è bene che ci prendiamo cura di noi perché è normale essere vulnerabili dopo un abbandono, e se gli altri pretendono che scherziamo o ridiamo o che siamo come sempre disponibili, rispondiamo gentilmente “No grazie!” perché ricordate, gli amici e i partner si possono scegliere
  • Capiamo cosa realmente è successo: riconoscere i propri errori e quelli del partner è fondamentale: la comprensione ci aiuta a superare il trauma e ci dà maggior senso di controllo della situazione
  • Accettiamo che nella vita nulla è certo e che per far ordine serve il disordine: pensiamo a quando facciamo il cambio di stagione nell’armadio, prima facciamo il disordine dei panni invernali e poi mettiamo a posto quelli estivi, tutti ben ordinati: nella vita è lo stesso, dopo un periodo di sbandamento, torna sempre la stabilità; dopo la tempesta c’è sempre il sereno
  • Prendiamo nuove iniziative: dedicarsi a nuovi progetti o rimettere mano a qualcosa lasciato in sospeso. L’errore che spesso si fa è mettere da parte la propria vita per il proprio partner senza pensare che nulla è certo e nulla è eterno
  • Troviamo nuovi stimoli per il miglioramento personale: iscriversi a corsi di lingua, ballo, fotografia in base ai propri interessi, si possono conoscere persone nuove con cui condividere interessi nuovi
  • Annotiamo i nostri progressi in un diario: impariamo a gratificarci da soli: la nostra cultura non elogia i miglioramenti, nessuno ti dice “bravo!B se fai bene qualcosa, ma basta che fai un minimo errore che subito ti vien fatto notare e devi porre rimedio. Allora iniziamo a dirci bravi e non aspettiamo che ce lo dicano gli altri.. potremmo trovarci ad aspettare molto molto a lungo.

Questi sono solo dei piccoli suggerimenti, piccole fiaccole per illuminare il  percorso di crescita personale attraverso la scoperta del dolore. Quando una persona soffre, comprende i propri errori, scopre le sue risorse, diventa una persona nuova, più consapevole e più forte perché, come diceva Oscar Wilde: “L’esperienza è il nome che diamo ai nostri errori”.

 

Bibliografia

Maria Cristina Strocchi, “La coppia che non scoppia”, Ed. Positive Press, 2002

WillyPasini, “A cosa serve la coppia”, Mondadori, 1997

Hans Jellouschek “Le regole della coppia”, Ed Urra, 1998

 

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