Paura del giudizio: quando il timore della critica ci paralizza

di

A cura della Dottoressa Anna Chiara Venturini, Psicologa Psicoterapeuta Cognitivo Comportamentale  a Roma

“C’era una volta una coppia con un figlio di 12 anni e un asino. Decisero di viaggiare, di lavorare e di conoscere il mondo. Così partirono tutti e tre con il loro asino.

Arrivati nel primo paese, la gente commentava: “Guardate quel ragazzo quanto è maleducato… lui sull’asino e i poveri genitori, già anziani, che lo tirano”. Allora la moglie disse a suo marito: “Non permettiamo che la gente parli male di nostro figlio”. Il marito lo fece scendere e salì sull’asino.
Arrivati al secondo paese, la gente mormorava: “Guardate che svergognato quel tipo… lascia che il ragazzo e la povera moglie tirino l’asino, mentre lui vi sta comodamente in groppa”. Allora presero la decisione di far salire la moglie, mentre padre e figlio tenevano le redini per tirare l’asino.
Arrivati al terzo paese, la gente commentava: “pover’uomo! Dopo aver lavorato tutto il giorno, lascia che la moglie salga sull’asino. E povero figlio, chissà cosa gli spetta, con una madre del genere! Allora si misero d’accordo e decisero di sedersi tutti e tre sull’asino per cominciare nuovamente il pellegrinaggio.

Arrivati al paese successivo, ascoltarono cosa diceva la gente del paese: “sono delle bestie, più bestie dell’asino che li porta. Gli spaccheranno la schiena”. Alla fine, decisero di scendere tutti e camminare insieme all’asino.

Ma, passando per il paese seguente, non potevano credere a ciò che le voci dicevano ridendo: guarda quei tre idioti: “camminano, anche se hanno un asino che potrebbe portarli!” (tratta da “Piacersi non piacere” di Enrico Rolla, 1987)

Questa metafora è utile per capire che,  qualsiasi cosa facciamo, troveremo sempre persone che ci criticheranno o che parleranno male di noi (il più delle volte non ce l’hanno neppure con noi personalmente, semplicemente “devono” trovare qualcosa da dire a qualcuno) e noi molto spesso ci ritroveremo a modificare il nostro comportamento per “piacere agli altri”.

Seguire il giudizio altrui diviene così un imperativo: o ci adeguiamo o siamo “marchiati a fuoco”, criticati e spesso evitati; ma è anche vero che le campane da ascoltare sono molte e comunque finiremmo per scontentare qualcuno. Allora? Tanto vale seguire quello che desideriamo infischiandocene del giudizio altrui, ma ahimè non è sempre così facile. Purtroppo le parole degli altri pesano su di noi come una spada di Damocle e iniziamo a leggere i comportamenti, gli sguardi e le parole altrui come un “termometro sociale”: se sorride vuol dire che sono ok, altrimenti c’è qualcosa che devo cambiare. Se prestate attenzione, quando si ha paura del giudizio altrui siamo sempre noi a metterci in discussione, siamo sempre noi quelli sbagliati e che per questo devono cambiare quel qualcosa che certamente non va in loro stessi. Il baricentro della relazione rimbalza così da un estremo all’altro: dapprima ci concentriamo totalmente su chi abbiamo di fronte per piacergli ( e quindi non essere rifiutati), dopo di che fondamentalmente adottiamo due comportamenti che in ambo i casi vanno a nostro discapito:

  • se la relazione va a buon fine ce lo dimentichiamo quasi subito e, nelle altre occasioni sociali ricominceremo da capo, come se non trattenessimo le informazioni circa la nostra adeguatezza e il nostro valore e pertanto ogni incontro diviene fondamentale per ricordarci o confermarci il nostro valore
  • se invece la relazione fallisce si cade nel “tanto lo sapevo che sono un fallito, etc..”, arrovellandosi nell’autocommiserazione o alla ricerca di cosa non è andato, ovviamente per colpa nostra”

Se gli altri ci giudicano male, la colpa è dunque nostra; non vi sembra stoni un po’?

Ma diviene normale assumersi la responsabilità del fallimento della relazione, soprattutto quando è in gioco il bisogno di approvazione per cui, non posso pensare che la colpa sia dell’altro, io ho bisogno che lui mi approvi, di conseguenza sono io che sono sbagliato e l’altro fa bene a giudicarmi perché è lui che sa cosa è più giusto.

Nella paura del giudizio rientrano quindi due componenti fondamentali: il bisogno di approvazione e la paura della critica, ovvero il bisogno di conferme della propria adeguatezza e la paura di qualcosa che faccia da specchio circa eventuali limiti o mancanze.

Ma da dove origina questa paura del giudizio?

Il condizionamento ambientale gioca un ruolo preponderante nella creazione di valori ed assunzioni ( definite nella terapia cognitivo comportamentale, credenze intermedie) che facciamo nostri durante la crescita e cui facciamo riferimento costantemente . Se pensiamo a frasi come “ Cosa dirà tuo padre?”, oppure, “Cosa penserà lui di te?”, e ancora “Cosa diranno gli altri dopo tutto questo”, possiamo vedere come l’educazione rivolga particolare attenzione al punto di vista altrui, portandoci a pensare in modo costante su due fronti… “io vorrei fare… e poi gli altri che direbbero?”  Si creano così delle “distorsioni cognitive”, un modo di pensare che ci crea disagio vivendo sempre in preda all’ansia, in quanto non sappiamo né potremo mai sapere, se non a posteriori, come l’altro ci giudica. Scegliamo così di vivere in maniera “passiva”, cercando di non dare problemi agli altri, di non essere di peso; non facciamo richieste ma non sappiamo nemmeno dire di no ( altrimenti chissà cosa penserebbero se gli dico di no, magari che sono un maleducato o magari non vorranno più uscire con me), ci facciamo andar bene tutto o al limite accampiamo scuse per “evitare” il giudizio, perché l’educazione e la religione ci hanno insegnato che : 1) non è educato rifiutare” 2) l’altro ha bisogno di te e lo devi aiutare perché se poi succederà a te non avrai nessuno cui rivolgerti.

La critica quindi, mina fortemente la nostra parte più intima, la nostra identità; la paura del giudizio ci fa stare sempre in allerta, pronti a monitorare ogni segnale interpretato come svalutante, in un costante lavorio mentale che ci costa molta energia e benessere psicologico. Quando, infatti, diamo più importanza al giudizio degli altri : non siamo spontanei né liberi, siamo più passivi, non abbiamo stime di noi e ci sentiamo insicuri, avvertiamo un profondo disagio interiore e ci sentiamo bloccati in quello che vorremmo fare o dire; insomma il giudizio degli altri alla fine diventa il nostro giudizio e diveniamo noi i primi acerrimi nemici di noi stessi.

Come possiamo uscire allora dalla trappola del giudizio?

Ecco dei piccoli suggerimenti

Associa felicità alla libera espressione di ciò che senti, pensi, desideri e associa dolore a ciò che ti impedisce di essere te stesso e di dire ciò che senti e pensi: quello che hai dentro è importante e tirarlo fuori è un arricchimento per te e per gli altri.

– Impara a valutare i giudizi ed i consigli delle persone, accogli le critiche sagge fatte con affetto per aiutarti, e non dare importanza alle critiche inutili, false e deleterie.

– Impara dai tuoi errori per migliorarti anziché considerarli una sconfitta. Impara a ridere dei tuoi errori e delle tue brutte figure, sii autoironico: questo atteggiamento ti aiuterà molto a non temere le critiche ed i giudizi.

– Esprimi i tuoi Sentimenti e le tue Emozioni con Semplicità e Spontaneità, le altre persone ti apprezzeranno per questo.

– Impara ad usare il pronome ‘io’ ed evita frasi impersonali.

– Sforzati di sostenere un dibattito quando non sei d’accordo con gli altri.

– Ricordati che siamo noi a dare agli altri il potere di farci del male: se toglierai il potere al giudizio altrui vedrai che saranno solo parole vuote

– Impara ad essere assertivo attraverso l’allenamento continuo: esprimi senza vergogna Sentimenti, Emozioni, i tuoi Pensieri, le tue Idee, le tue opinioni.

Questi piccoli suggerimenti in realtà, se applicati costantemente, sono i fondamenti per superare la paura del giudizio altrui, permettono di migliorare la propria autostima e di riflesso le relazioni sociali. Le parole acquisiranno un peso diverso e ci renderemo conto che non sarà poi più così importante quello che pensano gli altri, ma al contrario diventerà fondamentale stare bene con sé stessi e sentirsi sempre più liberi di esprimere le proprie idee, le proprie emozioni ed i propri desideri. Se noi per primi impareremo a non criticarci, anche gli altri non saranno più dei giudici così feroci come in passato.

 

Bibliografia

Enrico Rolla “Piacersi non piacere” Ed. SEI Torino, 1987

Enrico Rolla “Il problema non è mio, è tuo” Ed. Sei Torino, 1990

Wayne Dyer “Le nostre zone erronee”, Rizzoli BUR, 1977

 

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