Smettiamo di essere passivi: come riconoscere e modificare comportamento e forme di pensiero tossiche!

di

comportamento passivo psicoterapeuta romaA cura della Dottoressa Anna Chiara Venturini, Psicologa Psicoterapeuta Cognitivo Comportamentale a Roma

Eccoci al secondo capitolo sull’assertività: l’atteggiamento passivo e l’atteggiamento win-lose ( nel gioco a due c’è chi vince e chi perde e a perdere è spesso il passivo ).

Se avete letto il precedente articolo sull’assertività sapete bene a cosa mi riferisco quando parlo di atteggiamento passivo: compiacenza e acquiescenza che impediscono di esprimere opinioni, bisogni e diritti per paura di offendere l’altro, farlo soffrire, rovinare il rapporto, sembrare cattivo o egoista.

Di solito queste persone sono considerate dagli altri “molto buone” o “molto disponibili” perché evitano discussioni,non dicono mai di no e cercano sempre di far star bene l’altro assecondando ogni richiesta senza battere ciglio.

Indizi di un comportamento passivo:

  • Tendenza ad inibire le proprie emozioni
  • Spesso oppresso e intimorito dagli altri, subisce le situazioni
  • Facilmente influenzabile
  • Si scusa eccessivamente ed evita qualsiasi contrasto
  • Difficilmente riesce a soddisfare un suo bisogno/desiderio
  • Ha un basso concetto di sé
  • Spesso depresso o con un’elevata ansia sociale
  • Alla base: sensi di colpa e una forte componente ansiosa ( che si traduce in somatizzazioni, disturbi d’ansia e pensieri ossessivi)

In poche parole vorremmo rifiutare ma diciamo lo stesso sì, ci fanno un complimento ma proviamo disagio e non siamo in grado di rispondere; oppure vorremmo dire il nostro punto di vista su una cosa che non condividiamo ma taciamo.

Visto così il passivo sembrerebbe una persona che rasenta la santità: un individuo che non si espone mai e che è sempre d’accordo su tutto e con tutti. In realtà però si tratta di una pentola a pressione: non arrabbiandosi mai, o meglio non ritenendo opportuno esprimere la rabbia ( per motivi che vedremo poi), dentro di sé avverte una forte pressione che ritiene ingestibile qualora dovesse esternarla. Compaiono così anche ulcere,  emicranie, problemi di schiena, il tutto riconducibile ad un atteggiamento ed uno stile comunicativo improntato al ripiegamento in sé e ad una profonda dissimulazione. Già, la persona passiva si trova spesso a dissimulare, a nascondere deliberatamente un emozione o un bisogno fingendo che “non è poi così importante” e convincendosi “razionalmente” che va bene così e che in fondo è una persona pacifica ed altruista. Il passivo diventa  così una sorte di “mentitore seriale” perché non dice la verità né a se stesso ne agli altri; lascia credere per esempio che va tutto bene quando non è vero, e fa intendere che essere buoni giusti e corretti sia per lui ispirazione di vita, quando in realtà dentro ribolle di rabbia ( che può tramutare in comportamenti aggressivi o passivo aggressivi, per esempio facendo sentire in colpa l’altro).

Purtroppo questo tipo di comportamento, se da un lato favorisce la vicinanza e la prossimità, dall’altro crea rapporti su fondamenta fradice di rabbia e rancore perché il passivo non si mostra mai per quello che realmente è e per quello che veramente vuole: il risultato? Le relazioni diventano gabbie da cui non si può più uscire e in cui le richieste vengono subite senza possibilità di opporsi: la persona passiva si sente oppressa e prevaricata, avverte la scorrettezza e la mancanza di rispetto.. si sente data per scontata senza rendersi conto di essere stata lei stessa la causa primigenia di tutto.

Non ci sono dunque relazioni autentiche e costruttive, non ci sono rapporti paritari ma verticali in cui la persona passiva ubbidisce ai propri dogmi interiori ancor prima di compiacere l’altro, che invece rimane ignaro di tutto. Già, perché l’altro, che sia collega, amico o compagno, non si rende conto di tutto ciò… la persona passiva non manda segnali di alcun tipo e per questo sembra che tutto proceda per il meglio. Nessuna lite o divergenza, nessuna particolare richiesta fatta all’altro e tutto si svolge all’insegna della calma e della concordia, quando in realtà la persona passiva sta accumulando rabbia e odio verso l’altro e in parte verso se stessa.

Ma da cosa origina questo stile comportamentale e comunicativo?

Anzitutto va specificato che la persona passiva ( come quella assertiva e aggressiva) non lo è a 360°. Ognuno di noi può per esempio essere assertivo sul lavoro, e passivo nella coppia.

Molto probabilmente  questo tipo di atteggiamento può essersi originato da due diversi contesti infantili:  il primo in cui non ci si è  sentiti degni di amore e non rispettati, con  un costante rifiuto o una costante critica da parte dei genitori ( trappola dell’Inadeguatezza); il secondo in cui la figura di riferimento ( caregiver), era assente, poco presente, incostante o iperprotettiva e soffocante ( trappola dell’abbandono basata sulla perdita o sulla dipendenza): in tale caso ci si è sentiti dei bambini senza un punto di riferimento o convinti di non poter affrontare le difficoltà della vita .

L’adozione dello stile passivo e il conseguente rinforzo derivato dalle esperienze quotidiane è stato quindi mosso da un lato, dal bisogno di essere amato e considerato, dall’altro dalla necessità di avere una guida nel quotidiano che indicasse la via da seguire e in parte lo accompagnasse. Purtroppo però tutto questo ha richiesto un prezzo molto alto da pagare, ovvero la razionalizzazione dei propri bisogni ed emozioni, con un divario enorme tra “quello che si è” ( Sé reale), “quello che si vorrebbe essere” ( Sé ideale) e “quello che si dovrebbe essere” (Sé imperativo).

 

Come si può modificare il comportamento passivo?

Alla luce di tutto ciò è importante anzitutto riconoscere il vantaggio secondario di tale comportamento ( se lo portiamo avanti da molto tempo evidentemente ci dà dei vantaggi) analizzando in quali contesti e con chi lo mettiamo in atto. Già questo è un ottimo passo avanti perché ci permette di circoscrivere il raggio d’azione. Dopo di che è bene procedere un passo per volta:

1) diventiamo consapevoli delle nostre emozioni e del ciclo di abbandono o di inadeguatezza che si sta mettendo in atto: “ se dico di no, cosa può succedere? Di cosa ho paura? Di essere abbandonata e restare sola oppure di non essere considerata all’altezza e quindi esclusa?

2) iniziamo a trascorrere del tempo da soli facendo quello che ci piace davvero: troviamo una nostra dimensione di serenità

3) circondatevi di persone stabili, desiderose di stare con voi e dategli fiducia: convincetevi che non se ne andrà se voi direte quello che pensate sul serio o se esprimete un vostro bisogno

4) non sminuitevi  e smettetela di fare confronti con gli altri, ognuno di noi è speciale perché diverso e unico!

5) basta con le critiche sia ricevute che fatte: ricordate.. chi critica molto gli altri è un acerrimo giudice di sé

6) mostratevi per quello che siete: fatevi conoscere dagli altri per quello che siete veramente… è meno faticoso di fingere che va sempre tutto bene e soprattutto avrete maggiori possibilità di essere apprezzati anche per i vostri no!

7) smettete di lasciarvi trattare male dagli altri

8) se vi va, scrivete una lettera alla parte di voi che vi critica e vi impone di fingere.. una lettera in cui le dite di farsi da parte perché vi fa solo spendere energia e tempo, quando in realtà avreste di meglio da fare… vivere!

Il comportamento passivo purtroppo se da un alto permette il quieto vivere, dall’altro può generare numerose incomprensioni unite a rabbia e rancore che “corrodono” letteralmente il Sé ( e lo stomaco) di chi le prova. Come però abbiamo visto c’è la possibilità di cambiare e sperimentare modalità di comportamento e di relazione più funzionali: impariamo dunque ad ascoltarci e soprattutto a comunicare. Il nostro Sé è come il nucleo della Terra.. le emozioni sono i vari strati e il nucleo percepisce solo bene/male… incominciate da qui per risalire in superficie… se avvertite che fa male, evidentemente quello che state facendo non è quello che vorreste davvero: è lì che sta la possibilità di cambiare! Ognuno di noi ha sempre una possibilità e ora sta a voi smettere di servirvi su un piatto d’argento per gli altri… iniziate a scegliere e soprattutto a scegliere il meglio per voi!

 

Bibliografia

Enrico Rolla, “piacersi non piacere”, Ed. SEI Torino, 1987

Maria Cristina Strocchi, “Penso Bene, mi sento meglio”, Ed. San Paolo, 2006

Maria Cristina Strocchi “Autostima, senon ami te stesso, chi ti amerà?”, Ed, San Paolo, 2009

Rosette Poletti, Barbara Dobbs “Imparare a dire di no senza sentirsi in colpa”, Ed. Vallardi, 2014

 

Potrebbe anche interessarti “Autostima e Ansia: quale legame intercorre?”

Per conoscere i vari Workshop di Psicotime in programma a Roma, vai nell’apposita sezione dedicata ai Workshop e Corsi, oppure clicca qui

Per contattare la Dottoressa Venturini, vai nell’apposita sezione Contatti, oppure cliccando qui

[totalpoll id=”1803″]

[totalpoll id=”1809″]

[totalpoll id=”1810″]