L’Isis e il terrorismo spiegato ai bambini: un’opportunità di condivisione emotiva

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A cura della Dottoressa Anna Chiara Venturini, Psicologa Psicoterapeuta Cognitivo Comportamentale a Roma

Come raccontare ad un bambino quello che sta accadendo in Germania o quello che è accaduto a Dacca, Bruxelles, Parigi o a Boston? Le notizie di attacchi terroristici imminenti o sventati si susseguono nei vari telegiornali e le immagini mandate in onda dai media parlano di un conflitto non più mediorientale ma che sta assumendo dimensioni globali. Quello che accade non è più un fatto lontano da noi, in un paese straniero ( come era accaduto nelle guerre del Golfo, della Bosnia o dell’Afghanistan), ma sta entrando a far parte della nostra quotidianità e noi in primis in qualità di adulti, possiamo essere sconvolti, spaventati e confusi di fronte a quello che sta avvenendo. Prendere la metro, andare in un centro commerciale affollato o in un ristorante può preoccuparci o comunque il pensiero può attraversare la nostra mente e, anche se magari cerchiamo di non modificare la nostra routine, volenti o nolenti il terrorismo è di fatto entrato almeno nel nostro quotidiano mentale e immaginario. Tuttavia, quelle che sono nostre difficoltà di mentalizzare, digerire ed elaborare cognitivamente ed emotivamente quanto sta accadendo, potrebbero finire con l’ostacolare quella che invece è un’importante occasione di condivisione e apertura con i bambini, oltre che un’opportunità pedagogica finalizzata all’espressione di emozioni e contenuti spesso scomodi perché intrisi di paura e impotenza.

Con bambini sotto i 6 anni

Spegnendo la tv o cambiando canale o stazione radio, si vorrebbe infatti proteggere i bambini per non spaventarli o perché molto spesso ci si augura che non comprendano quello che sta accadendo. In realtà loro comprendono tutto, captano informazioni, sguardi, umori e immagini, dandosi poi spiegazioni differenti in base all’età. Se infatti sotto i 6 anni sarebbe bene non  esporre i piccoli a immagini o notizie di questo tipo, è anche vero che a volte può accadere che sentano i genitori mentre ne parlano o vedono qualche scena veloce in tv mentre si cambia canale. Cosa si può allora dire a bambini così piccoli? Anzitutto bisogna partire da due assunti errati : 1) già enunciato, riguarda la convinzione che i bambini non possano capire cosa sta accadendo; 2) si riferisce invece ai genitori che, non parlandone, sperano che i bambini non diano peso alla cosa e si dimentichino.

In realtà i bambini così piccoli di fronte a situazioni del genere, avvertono un profondo senso di insicurezza e di pericolo imminente: “Ma quindi arriveranno anche qui? Accadrà anche qui da noi?” L’importante è rassicurarli, rispondere ad ogni loro domanda con calma, chiarezza e semplicità, prendendosi uno spazio per parlarne. Può in questo caso essere d’aiuto il ricorso alle fiabe che il bambino conosce, sottolineando come alla fine i draghi e le streghe vengono poi sconfitti. Avendo infatti già chiaro il concetto di vita e di morte ( il cacciatore che uccide la mamma di Bambi o la strega che avvelena Biancaneve), è importante partire da quello che lui conosce bene per rassicurarlo sul fatto che non accadrà nulla e dargli spiegazioni vicine al suo modo di vedere il mondo.

Con bambini tra i 6 e i 10 anni

Per quanto concerne poi il comportamento e il dialogo con i bambini tra i 6 e i 10 anni, ci si trova di fronte ad un’elaborazione diversa dei fatti.  Il pensiero del bambino diventa infatti più flessibile, aperto e reversibile ed è maggiormente in grado di elaborare le informazioni che gli vengono fornite in senso maggiormente concreto. Molto probabilmente faranno più domande dirette, vorranno saper il perché e cosa sta succedendo, anche perché ne avranno probabilmente sentito parlare a scuola dai compagni, dalle insegnanti stesse o in tv  ( o anche in internet, visto che oggi l’utilizzo della rete vede utenti sempre più giovani). A tal proposito si possono commentare insieme le informazioni facendo riferimento al suo vissuto quotidiano da due punti di vista: 1) molto probabilmente in classe o tra i suoi amici conoscerà qualche bambino o bambina di una religione differente e con cui lui gioca, scherza e ride serenamente ogni giorno. Questo può essere uno spunto importante per fargli notare come la differenza di credo o di razza non possa giustificare l’odio o la violenza; 2)  fargli notare come nonostante questi eventi il mondo non sia un posto pericoloso, anche perchè il bene esiste e lo si può vedere nei semplici gesti di ogni giorno: il gattino abbandonato che gli zii hanno trovato e adottato, il papà che la sera aiuta la mamma nel riordinare la cucina, o lui stesso che aiuta il suo compagno di banco in difficoltà. Toccando con mano queste situazioni,  troverà degli elementi che lo rassicurano e che potrebbero anche portarlo a gesti simbolici e di solidarietà ( come per esempio accendere una candela) attraverso i quali prende emotivamente parte a quello che sta accadendo, elaborando quanto succede attraverso una memoria condivisa che non lo fa sentire solo ma appartenente ad un qualcosa di più grande.

Bambini sopra i 10 anni e adolescenti

Infine, nel parlare di terrorismo con i bambini superiori ai 10 anni, sarà indispensabile tener presente che ci troviamo di fronte a pre-adolescenti e adolescenti che stanno cercando di formare la loro identità attraverso il confronto e la creazione di un pensiero critico. E’ quindi importante non fornire la nostra visione dei fatti ma essere obiettivi e aiutarlo a costruire il suo punto di vista. Articoli di giornale, filmati, notizie in internet, tutto può aiutarlo a formulare domande, chiedere chiarimenti e formare un pensiero e una coscienza propria che esuli dagli estremismi, poiché la società in cui vive è sempre più multiculturale e fondata sull’interazione , non sulla demonizzazione del diverso come portatore di violenza.

Segnali di allarme

Ovviamente quello che non va sottovalutato nelle diverse età, sono i segnali di disagio che un bambino può manifestare nel tentativo di elaborare quanto sta accadendo: pianto, incubi, paure, enuresi notturna o chiusura in sé, sono chiari indici che qualcosa non sta andando e che lui potrebbe avere delle difficoltà nel chiedere spiegazioni che da solo non riesce a dare.

Trasformare la notizia in opportunità

Molto spesso i genitori proiettano sul bambino paure e difficoltà che sono proprie: proteggendo i figli dall’ascolto di quanto accade , è come se in qualche modo lo tenessero lontano anche dalla propria mente. In realtà, misurarsi con la verità di quanto sta succedendo, è una straordinaria opportunità di educazione affettiva ed emotiva. I genitori potrebbero, infatti, per primi dire che sono spaventati e che fanno fatica a capire e trovare le parole, poiché situazioni ed eventi simili molto spesso sembrano non aver alcun fondamento logico. Partire dalle proprie emozioni significa lasciare il bambino libero di esprimere le sue senza sentirsi in colpa se è spaventato o disorientato, e soprattutto gli insegna che parlare di morte, dolore, paura si può ed è importante farlo, poiché sono emozioni che fanno parte dell’essere umano ed hanno un preciso valore evolutivo. Vengono quindi legittimate le emozioni di segno negativo e la loro espressione e soprattutto si contiene la loro portata distruttiva, normalizzandole.

Passerà così un messaggio fondamentale che rinsalderà la fiducia di base “ La morte esiste e anche il dolore: fanno parte della vita. Non posso assicurarti che non soffrirai mai, ma posso impegnarmi a fare di tutto per proteggerti!”.

I bambini hanno risorse incredibili se solo gli diamo modo di metterle in campo e abbiamo il coraggio di affrontare noi per primi le nostre paure. Per dirla con Chesterton “Le fiabe non raccontano ai bambini che i draghi esistono, lo sanno già. Le fiabe raccontano ai bambini che i draghi possono essere uccisi”.

 

Bibliografia

Pas Badgadi Masal “Mi hanno ucciso le fiabe: come spiegare la guerra e il terrorismo ai nostri figli”, Franco Angeli, 2004

Dario Ianes “Parlare di Isis ai bambini”, Erikson, 2016

 

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