Ansia e autostima: quale legame intercorre?

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agisciA cura della Dottoressa Anna Chiara Venturini, Psicologa Psicoterapeuta Cognitivo Comportamentale a Roma 

L’autostima è la valutazione che un individuo fa su se stesso.

Spesso confusa con il concetto di sé e che è invece riferito alla totalità di elementi e valutazioni con cui una persona si descrive in termini di caratteristiche fisiche, caratteriali etc. ;  l’autostima dipende invece sia da fattori interni, appunto la valutazione che dà di se stessa, che esterni , di riflesso alla reazione emotiva scaturita dal giudizio degli altri.

Ne emerge quindi un costante confronto tra le proprie caratteristiche personali e quelle altrui o quelle che “dovrebbe avere”, confronto da cui esce sconfitto con un conseguente giudizio negativo nei propri confronti.

E’ chiaro quindi come le diverse istanze del Sé giochino un ruolo fondamentale nella visione si sé, degli altri e del mondo; confrontando infatti le varie informazioni che pervengono dal Sè reale ( valutazione oggettiva di noi e delle nostre capacità), Sé ideale ( come dovremmo/ vorremmo essere, in relazione a condizionamenti culturali, familiari, religiosi) e Sé percepito (ovvero la nostra valutazione sul Sé reale), l’autostima risente enormemente del divario tra Sé Reale e Sé ideale. Più infatti l’individuo è lontano dalle caratteristiche del Sé ideale (es. dovrei essere un bravo studente e prendere tutti 30 per essere una persona valida), più è insicuro e convinto di non essere all’altezza, di non meritare la stima degli altri non avendo raggiunto lo standard necessario, con conseguente abbassamento del livello di autostima. Ovviamente è valido anche il discorso contrario, ovvero più ci si avvicina al proprio Sé ideale , più si è sicuri di sé e forti dell’accettazione degli altri.

Tuttavia non ci si sente sicuri si sé allo stesso modo in tutti gli ambiti di vita. Abbiamo infatti differenti livelli di autostima per diverse aree:

sociale: come siamo in mezzo agli altri e come ci sentiamo

scolastico/lavorativa: quanto ci sentiamo efficaci nell’intraprendere un lavoro o nel portare a termine un compito

familiare: il valore è legato alla sicurezza affettiva e al riconoscimento della famiglia di appartenenza

corporea: relativa all’aspetto fisico ed alle prestazioni fisiche

Ma da cosa dipende l’avere poca stima di sé?

E’ chiaro il ruolo fondamentale dell’ambiente familiare, culturale, sociale e religioso in cui la personalità dell’individuo nasce e si sviluppa sin dalla tenere età. In famiglie svalutanti o con standard elevati sarà più probabile sviluppare uno scarso senso di autoefficacia, un sentimento legato al “non essere mai abbastanza..”, come del resto nel caso di paragoni con fratelli e sorelle o con i coetanei e compagni di scuola. Sin dalla tenera età quindi, non solo situazioni traumatiche ma anche aspettative eccessive, paragoni e giudizi severi, possono tradursi in quello che in psicoterapia cognitivo comportamentale si definisce core belief di inadeguatezza, caratterizzato da credenze di base del tipo “non conto nulla”, “non sono all’altezza”, “non sono adeguato”.

Ne consegue spesso un comportamento di aquiescenza e compiacimento che da bambino è volto a ricevere lodi e giudizi positivi, e che da grande si tradurrà in un comportamento passivo atto ad ottenere affetto, stima e accettazione da parte dell’altro.

E’ palese, quindi, il legame tra autostima e ansia. Chi è ansioso presenta infatti maggiori comportamenti come: atteggiamenti di sottomissione ( difficoltà a dire per esempio di no), vedere se stessi con un più basso valore sociale ( paragonandosi agli altri risulta sempre perdente ai propri occhi), più sensibili al rifiuto e più bisognosi di rassicurazioni continue dal partner e dagli altri.

La convinzione profonda di non essere all’altezza, di non avere le risorse e di non farcela, induce l’individuo a cadere nel circolo vizioso dell’ansia poiché, la supposta incapacità, porta spesso a fallimenti reali (profezia che si autoavvera) rinforzando la credenza di base “io non valgo nulla”.

E’ chiaro quindi che, parallelamente ad un lavoro sui sintomi dell’ansia è necessario mettere mano al senso di autoefficacia percepita dall’individuo, individuando insieme le risorse e le strategie per fronteggiare il quotidiano. Divenendo consapevole del proprio potenziale, la persona interrompe la serie di pensieri automatici disfunzionali (dialogo interno) volti a sabotare costantemente ogni suo intento e li sostituisce, “ristrutturando cognitivamente “, con altri più funzionali ed efficaci.

Un aiuto farmacologico può essere necessario, ma unito ad una terapia psicologica, in particolar modo cognitivo-comportamentale, garantisce una maggiore possibilità di successo, riducendo al minimo l’aventualità di ricadute future.

 

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